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Società Scientifica di Psicoanalisi e Gruppoanalisi Italiana

Scuola di specializzazione in

Psicoterapia Psicoanalitica e Gruppoanalitica

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10/12/2018, 10:32

Di Rosanna De Pace, Moni Barreca, Silvia Labate, Alessandra Zumbo





 



Di Rosanna De Pace, Moni Barreca, Silvia Labate, Alessandra Zumbo

Queste libere riflessioni nascono dall’esperienza formativa e trasformativa della supervisione di gruppo, momento complesso di conoscenza e crescita, spazio in cui ci si mette in gioco assieme al paziente, con la propria storia e il proprio vissuto.
Nel setting gruppale silenzi e voci si alternano, in una dimensione sospesa altra: il processo analitico «implica la parziale consegna della propria individualità separata ad un terzo soggetto, che non è né l’analista né il paziente, bensì una terza soggettività generata inconsciamente»1. Per spiegare quanto accade si può scegliere l’espressione suggestiva con cui Bion aprì i seminari tenuti a Roma nel 1977: «Comincerò pensando che quando ci sono molti individui ci sono anche molti pensieri senza pensatore; e che questi pensieri senza pensatore sono, così, nell’aria da qualche parte»2.
Lo specializzando in psicoterapia, se in terapia incontra un Tu, in supervisione è chiamato a narrare un Noi: oggetto della supervisione in gruppo diventa la relazione terapeuti-pazienti, gruppo-supervisore. Il transfert unitamente al controtransfert, esperito all’interno di quel setting, assieme al transfert attivato dal contesto gruppale, crea un’atmosfera in cui i pazienti diventano unico soggetto con il gruppo.
Ovviamente, quanto descritto non è semplice. Sì, il gruppo consente un confronto paritario che facilita la condivisione del vissuto e attenua momenti di incertezza o dubbio riguardanti il procedere analitico. Il terapeuta mette in gioco parti di sé attraverso la narrazione del paziente, simultaneamente la supervisione in gruppo può creare disagio, chiusura, rifiuto, lo stesso vissuto che il paziente può esprimere all’interno del setting. Ed è proprio il riconoscimento di queste rigidità che consente di trasformare - attraverso la potenza e la magia del gruppo - la relazione con il paziente e la rappresentazione che il terapeuta ha di sé e del proprio lavoro, portando ad altre domande capaci di smuovere l’impasse terapeutica. La psicoterapia, in fondo, è prima di tutto relazione con sé e con l’altro, relazione con l’altro in sé e con il sé nell’altro, in un gioco di specchi e proiezioni: il paziente possiede sempre delle parti di noi, e proietta su di noi delle parti di sé. Noi, d’altro canto, ci specchiamo nel paziente, in un gioco infinito di continue proiezioni.
Gran parte del lavoro ha a che fare con immagini, sogni, ricordi, libere associazioni tradotte in parole, metafore, racconti, descrizioni, narrazioni. Pensieri per immagini, pensieri immaginati e pensieri immaginari. E dal momento che la realtà psichica è anch’essa materia, capace di plasmare il reale, allora questa consente il manifestarsi del paziente nel gruppo, il poter attraversare in gruppo la sua narrazione, il poter vedere insieme il suo sogno e il suo atteggiamento, il poter sentire la sua voce e il suo stesso sentire. Il lavoro gruppale dunque permette non solo di fare da contenitore, ma anche di attivare quei processi trasformativi «che consentono al materiale pre-comunicabile di acquisire un livello di integrazione»3.
All’interno di un tale campo energetico, i sogni e gli inconsci si mescolano, e l’implicito prende forma creando il "terzo", l’altro fuori da noi, che coglie l’essenza e può far nascere o far morire, accogliere o espellere, attraverso un linguaggio-non-linguaggio al di là della parola. Lo strumento principale della supervisione è proprio la narrazione, e il gruppo diventa la dimensione privilegiata per integrare elementi consci e inconsci attraverso quanto attivato nel terapeuta dal paziente, dal supervisore e dal gruppo stesso.
quanto è precluso alla mente del singolo, in un viaggio collettivo senza spazio né tempo, totalmente immersi nel noi e in noi. Un singolare plurale4, direbbe René Kaës, che nel caso di "Gianna" è tutto al femminile.
Gianna è il nome e l’unione di tre pazienti, tre donne, le cui vite sembrano essere collegate da un filo invisibile, una ragnatela che le rende parte di uno stesso corpo: ognuna sembra narrare la storia dell’altra, e la nostra stessa storia di donne. Con altri occhi e altre parole danno vita allo stesso sentire, e alla necessità di interrogarsi dando nuovo senso a scelte, felicità, maternità, dolori e diritti negati. Ecco allora che il gruppo diventa donna, madre, femmina, sesso, sorellanza, compagna.
In particolare colpisce come queste donne, pur di rientrare in una certa definizione di moglie e madre, finiscano con lo svalutarsi, tanto da perdersi e non ritrovarsi, se non entro una dimensione in cui sofferenza e sottomissione diventano una perversa dimostrazione di immenso amore. I loro sintomi sono portavoce di una verità, della Verità rimossa destinata a tornare e ritornare, come direbbe Lacan, perché possa essere ascoltata, accolta e dare nuova linfa vitale.
Gianna ha imposto con forza una riflessione sul femminile attraverso i racconti di tre donne diventate la narrazione della Donna, e determina uno spostamento verso ciò che la definisce ontologicamente, in tal modo l’analisi gruppale si fa forza generatrice e creatrice, portando alla luce il mito che aleggiava nel gruppo. In scena compare Antigone, di cui Gianna incarna il desiderio di combattere il potere e la legge maschile, come lei trasgredisce un ordine patriarcale e di stato, una sovranità al maschile cui contrapporre la legge di sangue, quindi femminile, nonostante il rischio della morte a cui viene effettivamente costretta. Antigone è donna ed è forza: nonostante i patimenti e le umiliazioni subite, nonostante verrà murata viva, è anche colei che fa dell’amore l’unico scopo possibile, unica arma creatrice e rivoluzionaria. Come Medea di Euripide, Gianna rivendica la sua indole selvaggia e incarna le leggi della natura contrapposte a quelle sociali che inglobano la donna in una serie di concessioni maschili: Medea non può accettare di essere definita da usi e costumi che non riconosce, di essere solo una concubina per il marito, di dover obbedire a doveri coniugali che non hanno niente a che vedere con l’amore. È in nome dell’amore che Medea uccide il frutto dello stesso, i suoi stessi figli, entro una lacerante ambiguità espressa dal suo stesso nome, etimologicamente derivante dal verbo "médestai" che significa "prendersi cura di" ma anche "tramare contro", che è quanto riassunto dalle storie di Gianna: l’amore prima di ogni cosa, capace di innescare il suo furor e la sua ribellione. Nella dimensione sospesa della supervisione abitano divinità come Giustizia, Memoria, Aurora... e si mescolano realtà e fantasia, pensieri ed emozioni, mito e sogno, alla ricerca di sé e guidati dal desiderio della conoscenza.
Desiderio che non è mai della cosa, ma dell’altro, e Gianna lo afferma chiaramente, in ogni suo gesto, in ogni sua parola, in ogni sua lacrima. Per dirla con Recalcati e Lacan, Io desidero avere un posto nel desiderio dell’altro, essere desiderato dall’altro, e rispondere alla chiamata di questo desiderio indistruttibile, che non può essere disciplinato, perché è una forza che non governiamo ma che ci governa5. Indisciplinato e ribelle come Prometeo, che incarna la sete di conoscenza, senza la quale la stessa psicoanalisi non sarebbe possibile: l’astuto figlio di Giapeto, esattamente come Freud, ha osato sfidare gli dei rubando loro il sapere per donarlo agli uomini affinché potessero servirsene.
Quanto accade in supervisione è indescrivibile, va al di là delle parole. È camminare in una strada buia, senza luce, guidati soltanto da un’Eco lontana in cui passato e presente si fondono e accompagnano verso un’unica consapevolezza: siamo connessi e siamo parte del tutto. Chi partecipa al gruppo sa che il proprio intervento è in realtà espressione anche del pensiero di gruppo che si va formando, per il quale il mito diventa uno strumento di connessione e comprensione.


1- Ogden T.H. (1999). The Analytic Third: An Overview. In Mitchell S., Aron L. (eds.), Relational Psychoanalysis: The Emergence of a Tradition. Hillsdale, NJ, Analytic Press
2- Bion, W.R. (1985). Seminari italiani, Roma: Borla.
3- Barnà, C. A., & Brignone, A. (2004). Mito sogno gruppo.
4- Kaës, R. (2008). Un singolare plurale. Roma: Borla.
5- Recalcati, M. (2012) Jacques Lacan. Vol. 1: Desiderio, godimento e soggettivazione. Milano: Cortina Raffaello.

Bibliografia
Bion, W.R. (1985). Seminari italiani, Roma: Borla.
Ogden T.H. (1999). The Analytic Third: An Overview.
Barnà, C. A., & Brignone, A. (2004). Mito sogno gruppo.
Kaës, R. (2008). Un singolare plurale. Roma: Borla.
Recalcati, M. (2012) Jacques Lacan. Vol. 1: Desiderio, godimento e soggettivazione. Milano: Cortina Raffaello.

Rosanna De Pace, Psicologa Dirigente presso ASP Reggio Calabria, Psicoterapeuta specializzata e socia presso I.I.P.G. (Istituto Italiano di Psicoanalisi di Gruppo), Docente, Analista Didatta e Supervisore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica e Gruppoanalitica di Reggio Calabria

Moni Barreca, Psicologa clinica, specializzanda presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica e Gruppoanalitica di Reggio Calabria

Alessandra Zumbo, Dottoressa in Psicologia

Silvia Labate, Dottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche


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