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Società Scientifica di Psicoanalisi e Gruppoanalisi Italiana

Scuola di specializzazione in

Psicoterapia Psicoanalitica e Gruppoanalitica

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PSICOANALISTI: BIOGRAFIA E PENSIERO
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19/03/2019, 19:01

Valentina Moscato, Gabriele Romeo, Freud, Lacan, Es,





 



di Valentina Moscato e Gabriele Romeo


Jacques Lacan il 7 Novembre 1955 pronunciò alla Clinica Neuropsichiatrica dell’Universität Wien una conferenza intitolata "La Cosa Freudiana" nella quale sosteneva l’opportunità di fare ritorno agli enunciati teorici di Freud; essa è reperibile nel 1 vol. degli Scritti, pagg. 351-428, pubblicati da Einaudi nel 2002.

Paragonando attentamente la dottrina freudiana e quella lacaniana, in effetti non si riscontra un ritorno nel vero senso della parola ma un percorso che pur partendo dagli assunti freudiani si sviluppa in modo abbastanza diverso ed autonomo. Stando così le cose, viene spontaneo chiedersi cosa intendesse Lacan sponsorizzando un ritorno a Freud.

Per seguire Lacan nel suo ragionamento, è necessario far riferimento alla cornice storico-culturale della psicoanalisi dell’epoca, contrassegnata da un lato dal filone della Teoria delle Relazioni Oggettuali e dall’altro della Psicologia dell’Io, entrambe comportanti, a detta di Lacan, un allontanamento dalla centralità dell’Edipo, della figura paterna e dell’inconscio. Il paradigma metapsicologico della Teoria delle Relazioni Oggettuali è proteso verso il periodo di vita pre-edipico e pertanto concentra il focus delle sue attenzioni sulla diade madre-bambino; la Psicologia dell’Io invece ha posto come struttura centrale della psiche psichica l’Io in generale e la sua componente conscia in particolare e come dinamica principale la sua funzione di adattamento al mondo esterno.

Lacan concentra i suoi strali proprio sulla Psicologia dell’Io che vede come un tentativo di creare una nuova psicoanalisi diversa e lontana da quella freudiana. E’ da dire che la lontananza di Lacan dalla Psicologia dell’Io fu dovuta, oltre che a divergenze teoriche, anche a fatti storici; Lacan, infatti, fece la propria analisi didattica, caratterizzata da un transfert assolutamente negativo, con Rudolph Maurice Loewenstein, che non solo era uno Psicologo dell’Io ma rientrava nel circolo dei più fedeli del leader dell’epoca di tale orientamento, Heinz Hartmann. Non è un caso che Lacan si dimise nel 1953 dalla Société Psychanalytique de Paris per disaccordi con Sasha Nacht, leader francese della Psicologia dell’Io e per conseguenza fu considerato dimissionario anche dall’International Psychoanalytical Association, in sigla IPA, all’epoca diretta da appunto da Hartmann. Assieme ad altri, fra i quali Daniel Lagache e Françoise Dolto, fondò la Société Française de Psychanalyse che non fu mai ammessa all’IPA per la decisa opposizione di Hartmann dovuta alla presenza in essa proprio di Lacan, considerato eretico e deviazionista.

Hartmann ed i suoi seguaci sostengono che l’Io, cosciente e razionale, ha a che fare con due nemici: con le proprie pulsioni interne, e con il mondo esterno che pone delle richieste sempre più forti e difficili; ne consegue che il conflitto si scatena quindi non per forza dell’Es, ma per debolezza dell’Io qualora esso perda le proprie capacità mediatrici. Per questi motivi in terapia le interpretazioni hartmanniane, rivolgendosi maggiormente al conscio ed al subconscio,toccano poco o per nulla l’inconscio. Sostanzialmente la funzione etica dell’analisi è dunque una funzione di rafforzamento dell’Io per facilitare il migliore adattamento dell’Io alla realtà sociale esterna. È proprio contro tale fine, contro l’idea che l’analisi e l’analista siano dei rappresentanti della società esterna e dei facilitatori dell’adattamento, che Lacan si scaglia fin dai suoi primi atti pubblici; egli asserisce che: "Sull’inconscio, bisogna andare al dunque dell’esperienza freudiana. L’inconscio è un concetto forgiato sulla traccia di ciò che opera per costituire il soggetto" (Scritti, vol. II, 1960, p. 833). L’inconscio, così come Freud lo presenta nelle sue tesi, non è sede dell’istintualità animale che l’Io dovrebbe imparare a governare (secondo l’ottica invece della Psicologia dell’Io), ma è qualcosa di ben strutturato e a se stante, essendo esso un Altrove, cioè un "luogo presente per tutti e chiuso ad ognuno in cui Freud ha scoperto che, senza che ci si pensi, e dunque senza che qualcuno possa pensare di pensarci meglio di un altro, c’è chi pensa, ça pense. Che pensa piuttosto male, ma pensa fermamente: Freud annuncia l’inconscio proprio in questi termini: pensieri che, anche se le loro leggi non sono affatto le stesse di quelle dei nostri pensieri, nobili o volgari, di ogni giorno, sono però perfettamente articolati" (Scritti, vol. II, 1960, p. 544); da qui scaturisce il famoso postulato "L’Io è strutturato come un linguaggio" (Scritti, vol. II, 1960, pp. 7-58). 

Questa concezione è dunque palesemente in contrasto con la visione di un inconscio istintuale, irrazionale, primitivo, pre-linguistico. Lacan sostiene, infatti, che i post-freudiani non hanno colto l’intuizione più profonda di Freud riguardo all’inconscio, infatti, essi hanno pensato l’inconscio come una sorta di retroterra mentale, senza considerarlo invece come "dimensione costitutiva della soggettività umana, priva di coscienza, che nondimeno parla e dunque pensa. La scoperta di Freud, secondo Lacan, consiste nello sconvolgere l’adagio di Cartesio: io penso, dunque sono" (Anèpeta, Introduzione a Lacan, 2004) per tramutarlo in "Io penso dove non sono, dunque io sono dove non penso"(Anèpeta, Introduzione a Lacan, 2004). 

Lacan sosteneva inoltre che il ritorno a Freud serve anche a recuperare la «nozione di soggetto rivista a partire dall’esperienza freudiana» (Scritti, vol. I, 1955). Con queste parole Lacan sottolineava l’importanza del «ritorno a Freud» per riconsiderare lo statuto del soggetto che viene messo in questione dalla psicoanalisi. L’esperienza clinica psicoanalitica è infatti, contraddistinta dalla constatazione che una dimensione altra (inconscia) abita il cuore dell’Io. Al riguardo Lacan nel suo intervento a Vienna disse: "Infatti, quel soggetto di cui parlavamo come del legatario della verità riconosciuta, non è affatto l’io percepibile nei dati più o meno immediati del godimento cosciente o dell’alienazione del lavoro. Questa distinzione di fatto è la stessa che si trova dall’α dell’inconscio freudiano all’ω del famoso assioma freudiano "Wo Es war, soll Ich werden", tradotto classicamente come "Dove c’era l’Es ci sarà l’Io", in quanto un abisso lo separa dalle funzioni del conscio. L’Io è la sede di percezioni e non il leggio, ma in ciò esso riflette l’essenza degli oggetti che percepisce e non la propria come se la coscienza fosse suo privilegio, giacché le sue percezioni sono per la maggior parte inconsce" (Scritti, vol. I, 1949, p. 407-415). Terminio  evidenzia che c’è una dimensione inconscia che alberga il cuore dell’Io per cui il ritorno a Freud deve essere anche inteso come ritorno al soggetto dell’inconscio e all’eterogeneità tra esso (Je) e l’Io (Moi). Quest’ultimo corrisponde all’immagine speculare di sé che il bambino acquisisce nella fase dello specchio (tra i 6 e i 18 mesi), quando incrociando lo sguardo della madre su di lui allo specchio, percepisce di essere desiderato (di essere oggetto di desiderio dell’Altro) proprio perché Altro (separato, distinto e diverso) e quindi diviene consapevole di sé. In tal senso il desiderio dell’uomo trova senso nel desiderio dell’Altro non tanto perché l’Altro detiene le chiavi dell’oggetto desiderato, quanto perché il suo primo oggetto (di desiderio) è essere riconosciuto dall’Altro. Io mi riconosco e amo me attraverso lo sguardo che l’altro ha su di me e l’immagine di me che l’altro mi rinvia. Il bambino definisce la sua identità in funzione dell’immagine che la madre ha di lui. Si tratta di un’identità immaginaria ed eteroriflessa, in conseguenza della quale il bambino desidera essere ciò che la madre vuole ch’egli sia. 

In seguito Lacan definirà Io-ideale questa forma primordiale dell’Io, sottolineandone il carattere fittizio, che è comunque funzionale per far emergere una prima forma di consapevolezza nel bambino. Recalcati sostiene che il riconoscimento di sé avviene grazie all’Altro che accoglie, come direbbe Lacan, il nostro essere grido nella notte che umanizza la vita; infatti: se non sono desiderato dall’Altro come posso desiderare da me per me? Se non sono desiderio dell’Altro non posso riconoscermi come oggetto desiderante e che a sua volta desidera, ma che ancora prima esiste e in quanto esiste Desidera. È a questo punto che si avvia nell’esperienza del soggetto sia la scoperta della propria identità sia l’alienazione che ne consegue: tra il moi che viene a costituirsi e il soggetto dell’inconscio (je) che non si lascia reperire nell’immagine speculare. Un soggetto dell’inconscio custode del Desiderio, inteso come Vocazione che definisce la nostra soggettività, la nostra autenticità, un desiderio che se da bambini si realizza soddisfacendo il desiderio dei propri genitori (in virtù del moi), alla lunga tali identificazioni infantili non bastano per sostenere il soggetto a desiderar in proprio, come l’adolescenza insegna.

A questo punto Lacan osserva che non deve avvenire la colonizzazione dell’inconscio da parte dell’Io, com’è sempre stato nel percorso culturale dell’Occidente, ma è necessario il ritorno dell’Io all’inconscio. Di conseguenza Galimberti afferma che per scoprire le radici del proprio essere l’Io deve ritornare all’inconscio o all’Es per cui nella dottrina lacaniana  l’assioma freudiano "Wo Es war, soll Ich werden" non si dovrà tradurre  "Là dove era l’Es, deve venire l’ Io" ma "L’Io deve avvenire là dove era", ossia deve percorrere a ritroso il sentiero che porta all’inconscio. Accogliere e non respingere l’inconscio non significa affermare lo scatenamento della trasgressione pulsionale, così come non vuol dire nemmeno possesso mortifero dell’Es da parte dell’Io, incatenar l’inconscio, ma esserne i protettori. 

Il ritorno a Freud in senso lacaniano si configura anche come centralità dell’Edipo, che secondo Freud è il secondo assioma portante della psicoanalisi (il primo è l’inconscio); proprio con il complesso edipico da un punto di vista evolutivo il bambino vivrà le dinamiche, sia pure a livello fantasmatico, ma che saranno cruciali per il suo sviluppo, quali l’attrazione/abbandono del primo oggetto d’amore da cui dipenderà la scelta d’amore oggettuale da adulto, l’apertura alla relazione triadica (il padre), l’emergere del Super-io e della Legge del Padre di lacaniana memoria. Quest’ultima è stata introdotta da Lacan per indicare innanzitutto uno spartiacque tra il periodo pre-edipico che è arcaico, confuso, non logico, immaginale e magico e quello edipico che dà accesso, grazie al Nome del Padre, all’ordine simbolico, al linguaggio verbale, alla logica e alla razionalità. Lacan definisce la Legge del Nome del Padre ciò che permette al bambino di rimuovere il desiderio sia di desiderare la madre sia di desiderare ciò che la madre desidera che egli sia, ossia il fallo, simbolo di ciò che a lei manca. Il fallo non è un organo, né un oggetto, né una fantasia ma si potrebbe definire l’essenza della mascolinità. La legge del padre quindi conduce alla repressione del desiderio del bambino di rimanere assoggettato al desiderio della madre e di potersi così costituirsi come soggetto desiderante, che manca di qualcosa e che lo ricerca nel corso della sua esistenza. Questa legge si configura come atto di interdizione al godimento pulsionale illimitato e introduce una mancanza, quella del godimento proibito che però rappresenta la premessa per la ricerca di un godimento permesso che è per l’appunto il desiderio. Non c’è Legge senza desiderio, non c’è desiderio senza legge.  La vera funzione del Padre è quella di unire (e non di opporre) un desiderio con la Legge. La Legge del Padre è la legge simbolica della castrazione che implica per il bambino l’esperienza del limite che non mortifica o abolisce il godimento, il Desiderio, ma lo rende vitale, lo sottrae dall’essere una mera spinta acefala, bruta, animale, dando "la possibilità di raggiungere un Altro godimento rispetto a quello mortale che non è oppressione della vita, ma la sua possibile liberazione" (Recalcati, Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, 2013, p. 31). Anzi non c’è desiderio senza Legge, perché se così fosse il soggetto sarebbe travolto solo dal godimento senza desiderio, annientato da cieca pulsionalità. Infatti, l’esperienza del limite viene ad essere l’unica legge che non solo umanizza la vita, senza la quale la stessa sarebbe pura esistenza animale, ma è anche l’unica legge che introducendo il limite permette ad ogni soggetto di interrogarsi su ciò che realmente vuole da sé in sé, rispetto ad un desiderio che possa sostanziare la propria esistenza, piuttosto che lasciarsi travolgere da un godimento fine a sé stesso, che ripete continuamente l’insoddisfazione e che risulta essere al servizio della pulsione di morte. Cingolani dice al riguardo "Allora la legge del limite permette l’introduzione di una mancanza, unica e sola opportunità per interrogare il desiderio" (Il Padre e la Legge, pag. 1, 2018). Rinforza tale concetto Recalcati "Una legge che laddove è assente comporta che il desiderio, anziché umanizzare la vita, "diviene solo pulsione di morte [...] una spinta a godere al di là del desiderio [...] una spinta avida a godere della propria vita sino alla morte" (Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, 2013, pp. 50-51). Un Padre è tale solo se trasmette ai suoi Figli il dono del limite al godimento e attraverso questo limite l’opportunità e la possibilità di accedere al desiderio come scelta futura, come apertura verso un proprio avvenire, come prospettiva verso la vita. Recalcati, infatti, scrive "Il padre agisce come portatore della Legge che proibisce il godimento incestuoso e, al tempo stesso, come colui che offre in eredità il senso della Legge, non come castigo, ma come possibilità della libertà, come fondamento e supporto del Desiderio [...]. Trasmettere la Legge non in opposizione al desiderio ma come supporto al desiderio" (Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, 2013, p. 37).

Il termine più adatto a definire l’inconscio freudiano è: desiderio. L’inconscio è il desiderio e il desiderio inconscio è indistruttibile, nel senso che è atemporale, ma soprattutto per il fatto che non può essere governato, né misurato, né esorcizzato. Esso non si può addomesticare, gestire, controllare, per cui è indistruttibile. Recalcati specifica che desiderio indistruttibile significa anche: "senza misura, impossibile da misurare, ovvero impossibile da adattare alla realtà, impossibile da curare, impossibile da guarire" (Elogio dell’inconscio: dodici argomenti in difesa della psicoanalisi, 2007, p. 39). Il desiderio è quanto di più personale, proprio, esclusivo si possariconoscere al soggetto; non coincide con i bisogni fisiologici, con la pulsione, ama è altro, ovvero è Vocazione che chiama a sé e ricerca sé; per questo Lacan asserisce che l’unica colpa del soggetto è quella di rinunciare al proprio desiderio. La vera colpa dal punto di vista psicoanalitico non consiste nella trasgressione della Legge, ma nel rinunciare adassumere soggettivamente il proprio desiderio: Tugnoli infatti scrive "Anziché diventare ciò che si è, dunque anziché dire di sì al proprio desiderio, la colpaconsisterebbe nell’allontanarsi da ciò che si è, dalla verità delproprio desiderio [...]. Ma per quanto si ignori e si calpesti, la verità del proprio desiderio ritorna in superficie manifestandosi nella forma di sintomo o lapsus. La sofferenza che procura una colpa inconscia funziona come avvertimento: ricorda al soggetto che ha deviato dal proprio desiderio, che ha tradito sé stesso" (Il soggetto dell’inconscio. Recensione di Massimo Recalcati, Elogio dell’inconscio. Dodici argomenti in difesa della psicoanalisi, 2013, p.7).

Tugnoli sostiene quindi che la psicopatologia non è da ricondurre a un Io debole o non strutturato, ma al contrario a un suo eccessivo rafforzamento in quanto più esso si rafforza, convincendo il soggetto di essere un io, più si incammina verso la follia, riconfermando quanto detto da Lacan che credersi un io è la vera follia. L’ipertrofia dell’Io, l’irrigidimento narcisistico della propria identità apre la strada per l’autodistruzione, poiché soffoca il respiro necessario alla vita, il suo nutrimento che è la relazione con l’Altro. L’Io non deve cadere nella trappola della falsa illusione e della seduzione narcisistica dell’io padrone. La sofferenza psicopatologica nasce quindi dal volersi sbarazzare dell’inconscio, dalla falsa persuasione di essersene liberati, di essere solo un io. La patologia psichica germoglia laddove il soggetto si separa dal proprio inconscio per cui più si difendono i confini identitari e maggiore è il rischio dell’autodistruzione, come accade nelle malattie autoimmuni, in cui una difesa eccessiva dell’organismo da parte del suo sistema immunitario può provocare attacchi distruttivi allo stesso organismo. Compito della psicoanalisi sarà dunquequello di allentare, indebolire la padronanza dell’Io, sfatandol’ideale del controllo. Un eccesso di difesa conduce alla malattia, l’Iodiventa totalitario, fino a cancellare il soggetto dell’inconscio. Tant’è vero che come osservato da Freud i sintomi sono una formazione di compromesso, per cui contemporaneamente difendono dai desideri messi al bando dalla coscienza e al tempo stesso li soddisfano in modo mascherato; ne consegue pertanto che i sintomi vanno trattati come manifestazioni della verità rimossa, diventando quindi occasioni per il soggetto di incontrare la Verità propria. L’analista si mette in relazione con il soggetto dell’inconscio, non per governarlo o distruggerlo, svelando il significato del sintomo al soggetto in cura, ma, in senso maieutico, per segnalare al paziente che laddove soffre, lì c’è un senso che lo riguarda, lì deve esserci un inciampo alla sua vita. Recalcati afferma al riguardo che non ci si dovrebbe orientare ad estirpare il sintomo ma a farlo parlare. Lacan sostiene quindi che gli effetti terapeutici accadranno in sovra più, come effetto della presa di parola dell’inconscio attraverso la verità rimossa che ritorna attraverso il sintomo e Recalcati rinforza il concetto sostenendo che la meta della psicoanalisi non è il benessere, ma la Verità, riferendosi all’indicazione socratica del conoscere sé stessi, come autenticità e non come adeguamento alla cosa reale esterna da sé.

Con e dopo Freud, si delinea un nuovo concetto di responsabilità, per cui l’individuo deve riconoscere l’inconscio e farsene carico, cosa che implica un confrontarsi con il limite dell’Io, nella consapevolezza che esiste un territorio esterno all’Io di cui l’Io devetener conto. Usando le parole di Tugnoli diremo che "L’Io non respinge l’inconscio né vi si abbandona, ma lo riconosce come suo, come appartenente alla sfera egoica; l’Io riconosce come propri i desideri inconfessabili, la ragione percepisce i propri limiti e può così ampliare la sua funzione. L’eticadella psicoanalisi non nega ma include l’esistenza dell’inconscio nella sfera della responsabilità. L’inconscio è l’Altro dell’Io, è il luogo costituito dai significati che hanno costruito l’esistenza del soggetto nel tempo" (Il soggetto dell’inconscio. Recensione di Massimo Recalcati, Elogio dell’inconscio. Dodici argomenti in difesa della psicoanalisi, p. 4, 2013).

Uno sbaglio comune è quello di pensare che la psicoanalisi focalizzi l’attenzione per l’esistenza dell’uomo, solo verso i primi cinque-sei anni di vita, come se gli eventi successivi fossero la mera risultante meccanica delle primissime esperienze, come se il futuro fosse già scritto, determinato, fissato, in pratica già avvenuto. Tugnoli al riguardo risponde così "Certamente l’inconscio è anche memoria di ciò che, irreversibilmente e fatalmente, è già stato; ma a questa accezione platonico-idealistica dell’inconscio, Recalcati aggiunge un movimento di ricostruzione e reinterpretazione, che caratterizza ogni rimemorazione efficace. Ogni volta che ricostruiamo il nostro passato siamo indotti a ridargli forma, a soggettivarlo, quale condizione per intraprendere un nuovo cammino" ed ancora " L’analista infatti non ascolta l’Io, come potrebbe fare un confessore, ma l’inconscio del paziente, poiché la relazione fondamentale è quella tra il soggetto e il suo inconscio, non tra analista e paziente. La vera psicoanalisi noninstaura una relazione in cui l’analista a ogni domanda fornisce una risposta pronta, assumendo quindi una posizione autoritaria, bensì una relazione che privilegia la domanda. L’analisi non è un intervento sul soggetto per liberarlo, ma lo sforzo di far sì che il soggetto scopra la verità del proprio desiderio inconscio" (Il soggetto dell’inconscio. Recensione di Massimo Recalcati, Elogio dell’inconscio. Dodici argomenti in difesa della psicoanalisi, 2013, p. 11).

Lacan nei capitoli XIII e XIV del Seminario XI, compie una riflessione sulla teorizzazione freudiana di pulsione e della sua distinzione rispetto al concetto di desiderio che in Freud era stata delineata, ma non approfondita. Innanzitutto per lo psicoanalista francese, il termine freudiano Trieb non va inteso tanto come pulsione biologica ma come Domanda d’Amore significante ed inconscia. La pulsione orale è una domanda rivolta all’Altro di nutrimento, invece quella anale è una domanda degli altri, ad esempio della madre di rilasciare gli escrementi. Nonostante ciò, Trieb non è solo ed esclusivamente uno scambio dialettico con gli altri poiché tende anche al godimento in una forma autoerotica. Al tempo stesso, la pulsione è situata da Lacan nell’ordine del significante, ha una struttura simbolica e il Wunsch è il significato della catena significante della pulsione; ciò vuol dire che, a partire da una rilettura di Freud filtrata in Lacan da De Saussurre e Jakobson, la pulsione rappresenta il significante, rispetto cui il desiderio è il significato per cui il movimento pulsionale si aziona per cercare il suo appagamento tramite l’oggetto, entra nella catena del significante e mette in moto il desiderio che tende verso l’oggetto stesso. Lacan tuttavia distingue l’oggetto verso cui si rivolge il desiderio dall’oggetto che causa il desiderio. Esso è l’oggetto piccolo a, ovvero la mancanza strutturale, ciò di cui il soggetto è privo. Si tratta di un oggetto perduto a causa dell’azione del grande Altro che per Lacan è l’azione del linguaggio, che provoca sul corpo vivente un effetto di se-partizione, attua dei tagli simbolici,  che privano il corpo stesso di una parte di godimento, rendendolo perduto; nella visione freudiana ciò si verifica al momento dello svezzamento che comporta la perdita del seno. E’ l’assenza strutturale a rendere possibile il sorgere del desiderare e quindi a permettere di essere un soggetto desiderante in quanto l’essere umano anela incessantemente a ritrovare l’oggetto perduto nel campo dell’Altro, nonostante sia irrecuperabile, anzi è proprio l’impossibilità ad averlo, la sua assenza incolmabile ad alimentare continuamente il desiderio stesso. Lacan parte dal presupposto che il soggetto è un manque-à-être, una mancanza a essere e proprio in quanto tale il soggetto è desiderio, ovvero desidera di raggiungere ciò che gli consentirebbe ad essere. C’è questa continua tensione nel soggetto a desiderare, in virtù del suo manque-à-être che scaturisce dal vissuto di privazione derivante dalla fuoriuscita del corpo materno. La nascita, interrompendo la simbiosi diadica madre-bambino che consentiva al piccolo dell’uomo di avere tutti i suoi bisogni soddisfatti dal corpo della madre stessa, fa terminare così l’epoca del bisogno e fa insorgere quella della domanda. Il pianto del bambino è in effetti una domanda, cioè un appello all’Altro che da un lato è come una specie di formula magica con cui domandare un rientro nel ventre perduto e dall’altro è un chiedere all’Altro il permesso di desiderare. Quindi la domanda è sostanzialmente una domanda d’amore, di essere riconosciuto dall’Altro e attraverso l’Altro. Al riguardo Lacan scrive che: "forse non è nemmeno necessario che il bambino sia già arrivato a parlare perché si faccia valere il marchio, l’orma impressa sul bisogno dalla domanda, com’è dimostrato dai suoi vagiti alternanti [...]. Quando affermo che sa già parlare, intendo dire che, [...] c’è qualcosa che va al di là della presa nel linguaggio. C’è, per essere più precisi, rapporto con l’Altro, in quanto c’è appello all’Altro come presenza, presenza su uno sfondo di assenza [...]. L’Altro di cui si tratta è colui che può dare al soggetto, la risposta, la risposta al suo appello [...]. La questione di che cosa voglia è posta all’Altro, è posta da dove il soggetto fa il suo primo incontro con il desiderio, il desiderio in quanto è anzitutto desiderio dell’Altro" (Seminario VI, 1958-1959, pp.17-18-20). La domanda pulsionale ha quindi come significato il desiderio nel soggetto, che non trovando un oggetto adeguato che lo soddisfi, a causa della mancanza strutturale, fa sì che il desiderio dell’uomo non può che articolarsi come il desiderio dell’Altro, rispetto al quale "il genitivo è sia oggettivo che soggettivo: io desidero ciò che l’Altro desidera, io desidero essere desiderato dall’Altro", come precisato da uno di noi G. Romeo e da A. Oliverio in "Desiderio, motivazione, istinto e pulsione. Una ridefinizione per una nuova metapsicologia, 2018". Secondo Recalcati la logica della pulsione non è di stampo biologico-evolutivo, ma è relativa alla dimensione significante della domanda, tantoché a differenza delle funzioni biologiche che hanno sempre un ritmo, una forza che si esaurisce, Trieb ha come parte nucleare l’essere una forza costante, inesauribile, divenendo una domanda insaziabile; esso, tuttavia, non si soddisfa di alcun oggetto specifico, mostrando ancora una volta il carattere impossibile della soddisfazione stessa e il suo essere un’energia sempre in potenza. Questa teoria lacaniana richiama alla mente il saggio di Freud "Pulsioni e le loro vicissitudini" (1915), in cui il padre della psicoanalisi definisce la pulsione come una forza costante che opera all’interno dell’organismo, cui non ci può sottrarre mediante la fuga come nel caso degli stimoli esterni. È una spinta che si colloca tra il somatico e lo psichico, preme per scaricarsi, generando tensione che è avvertita come spiacevole e che diviene più forte . quanto più vi è un incremento dell’eccitazione prodotta dal trascorrere del tempo fin quando essa non venga soddisfatta. Come sostenuto da Freud "In progetto di una psicologia", il funzionamento del sistema nervoso è caratterizzato dall’eccitamento neuronico, indotto da stimolazioni interne o esterne che è da considerarsi come una quantità in movimento. Un aumento energetico verso cui gli stessi neuroni tendono all’inerzia, ovverosia alla riduzione del suo livello a zero (principio d’inerzia), per poter così eliminare il dispiacere collegato all’accrescimento energetico e procurare il piacere legato alla sensazione della scarica; azzerare l’intera quota di energia sarebbe tuttavia impensabile per la sopravvivenza dello stesso organismo in quanto per appagare i bisogni fondamentali, quali la fame, la respirazione e la sessualità, prodotti da stimolazioni interne, è necessario compiere un’azione nel mondo esterno che per essere realizzata richiede un determinato investimento energetico. Per questi motivi il sistema nervoso tende "a sforzarsi a mantenere quanto più basso il livello di Qn, e per impedire ogni aumento di tale livello, ossia per mantenerlo costante" (S. Freud, Le opere complete di S. Freud, 1895, pubblicato postumo nel 1950, pag. 1510). Al riguardo Freud sostiene che l’organismo tende all’omeostasi, cioè all’equilibrio energetico, come postulato dal principio di costanza e dall’eliminazione delle cariche energetiche in surplus, in virtù del principio di inerzia, rinominato più efficacemente da uno di noi G. Romeo e da A. Oliverio, Principio di Eccedenza in "Desiderio, motivazione, istinto e pulsione. Una ridefinizione per una nuova metapsicologia, 2018".

Compiuta questa disamina storica, gli Scriventi esporranno il loro pensiero nell’ambito del rinnovamento del pensiero psicoanalitico sostenuto dalla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica e Gruppoanalitica, in sigla SPPG. Noi riteniamo che le intuizioni di Freud siano state talmente rivoluzionarie e talmente anticonformiste da mettere in crisi tutti i convincimenti dell’epoca ed ancora oggi, nonostante l’apparente rivoluzione sessuale facciano ancora paura. Noi vogliamo ritornare a Freud ma non solo come aggancio su qualche punto di contatto per aggiungere nuove idee come ha fatto Lacan ma riprendendo l’intera teoria freudiana, aggiornandola con le scoperte delle neuroscienze ed integrandole con i punti di vista tracciati da altri Autori sia classici quali lo stesso Lacan, Erich Fromm, Renè Arpaud Spitz, Paul Federn, Heinz Hartmann sia più recenti quali Otto Kernberg, Peter Fonagy, Glen Owens Gabbard sia gruppoanalitici quali Wilfred Ruprecht Bion, Siegmund Heinrich Foulkes, Franco Di Maria, Girolamo Lo Verso. Il ritorno a Freud deve necessariamente basarsi su due presupposti, peraltro considerati basilari dallo stesso padre della psicoanalisi, il rimettere al centro della teoria il Complesso di Edipo e l’Inconscio, in particolare in quella sua componente che è l’Es. Per questo motivo la nostre teoria si chiamerà Psicologia dell’Es.


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Dott.ssa Valentina Moscato, Psicologa clinica, specializzanda presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica e Gruppoanalitica di Reggio Calabria.

Dr. Gabriele Romeo, Medico, Psicologo, Psicoanalista, Coordinatore Didattico, Docente, Analista Didatta e Supervisore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica e Gruppoanalitica di Reggio Calabria.


Reggio Calabria 17 Marzo 2019




21/02/2019, 12:44



Abraham-Hilda-


 



Zurigo, Canton Zurigo, Svizzera, 18 Novembre 1906 
Londra, Londra, Inghilterra, 3 Ottobre 1971

di Angela Cuzzocrea e Gabriele Romeo

Hildegard Clara Abraham, detta Hilda, fu la figlia del famoso psicoanalista Karl Abraham. La madre si chiamava Hedwig Marie Bürgner (Berlino, Brandemburgo, Germania, 1878 - 1967) che svolgeva attività privata come insegnante di doposcuola. I genitori si sposarono il 23 gennaio 1906 col rito religioso della propria fede ebraica.

Hilda nacque quando il padre era assistente al Burghölzli, la Clinica Psichiatrica dell’Universität Zürich, diretta dal famoso Eugen Bleuler. Alla fine del Dicembre 1907 nacque il fratello Gerhard Allan Grant Abraham, detto Gerd (Berlino, 25 Agosto 1910 - ?), dopo il ritorno della famiglia a Berlino, motivato dall’investitura del padre a rappresentante ufficiale della psicoanalisi in Germania; la vita di Karl Abraham a Belino fu strettamente collegata alla storia della psicoanalisi in generale e di quella tedesca in particolare. 

Ad inizio 1912 Hilda iniziò a manifestare Disturbi dell’Attenzione dei quali si accorsero sia i genitori che i suoi insegnanti; essi, convocati i genitori, comunicarono loro che in classe la figlia era distratta e non seguiva le lezioni. Fu così che Hilda ebbe la sua prima analisi col padre tra i 6 e i 7 anni, che si svolse tramite dialoghi effettuati durante passeggiate quotidiane. I problemi di distrazione però continuarono ad essere presenti tanto che Hilda nel corso della sua vita si sottopose ad altre tre analisi rispettivamente con Van Ophuijsen, il famoso psicoanalista olandese, a cavallo del 1922 e del 1923 (mentre lo stesso era in analisi didattica con Karl Abraham), con Werner Kemper nel 1933 e con Hilde Maas nel 1934. Il motivo del suo turbamento fu dovuto a due evenienze: l’aver ricevuto due clisteri dal padre e l’aver effettuato una masturbazione coi piedi al fratello che ricambiò nello stesso modo; probabilmente la prima evenienza potrebbe aver determinato una mancata risoluzione del complesso edipico che potrebbe aver determinato il secondo evento in cui il fratello fantasmaticamente avrebbe rappresentato il padre ed i piedi il fallo mancante ed il cui uso avrebbe ridotto l’angoscia di castrazione nata dalla scoperta di non avere questo organo a differenza del fratello.

Tra tutti i suoi analisti, tuttavia, fu quello che la conquistò per il suo grande carisma fu Van Ophuijsen; tale incontro sarà decisivo per il futuro dell’adolescente Hilda poiché in seguito ad esso ella decise di diventare psicoanalista.

Per raggiungere tale scopo, dopo il diploma ginnasiale, nel 1926 s’iscrisse al corso di laurea in medicina alla Friedrich Wilhelm Universität, oggi Humboldt Universität. Questa università, la più antica di Berlino, fu costruita su un edificio nobiliare costruito nel 1753 per il principe Enrico di Prussia (Berlino, 18 gennaio 1726 - Rheinsberg, Brandeburgo, 3 agosto 1802), fratello di Federico II il Grande di Hohenzollern (Berlino, 24 gennaio 1712 - Potsdam, Brandemburgo, 17 agosto 1786). Nel 1810 vi si insediò la neonata Berlin Universität che nel 1828 venne rinominata Friedrich Wilhelm Universität in onore di Federico il Grande). Nel 1949 venne ribattezzata col nome attuale, in onore del filosofo e ministro dell’educazione Wilhelm Von Humboldt (Potsdam, Brandeburgo, 22 Giugno 1767 -  Berlino, 8 Aprile 1835) che tra il 1809 ed il 1810 riformò totalmente il sistema universitario della Prussia, dando ad essa l’indirizzo che poi si è diffuso in tutte le Università del mondo, cioè un legame indissolubile tra ricerca e didattica; in quest’università, la medizinschule fu presente sin dalla sua nascita.

Nel 1927, per frequentare il secondo anno del corso di laurea, si trasferì alla Ruprecht Karl Universität Heidelberg (Baden-Württemberg, Germania), la più antica università tedesca; essa fu fondata nel 1386 dal Conte Palatino del Reno Ruprecht I di Wittelsbach (Wolfratshausen, Baviera, Germania, 9 Giugno 1309 - Neustadt an der Weinstraße, Renania-Palatinato, Germania, 16 Febbraio 1390) grazie all’autorizzazione di Papa Urbano VI (Napoli, allora Regno delle due Sicilie, oggi Italia, 1318 - Roma, allora Stato della Chiesa oggi Italia, 15 Ottobre 1389) col nome di Ruprecht Universität Heidelberg per formare laureati cattolici che potessero autorevolmente rinforzare l’autorità papale. Riorganizzata nel 1803 dal Margravio di Baden Karl Friedrich (Karlsruhe, allora Regno di Baden, oggi Baden-Württemberg, Germania, 22 Novembre 1728 - Karlsruhe, 10 Giugno 1811). Dal 1806 in onore del Margravio fu ribattezzato anche col suo nome assumendo il nome attuale.

Nel 1928, al terzo anno di studi si trasferì alla Wien Universität (Vienna, Austria); questo ateneo è il più antico di lingua tedesca, essendo stato fondato il 12 marzo 1365 da Rodolfo IV d’Asburgo, detto il Magnanimo (Vienna, 1 Novembre 1339 - Milano, allora Comune di Milano, oggi Italia, 27 Luglio 1365), Duca d’Austria e di Carinzia e Conte del Tirolo. Nel 1897 anche le donne furono ammesse agli studi presso questa università, sebbene limitatamente alla Facoltà di Filosofia mentre l’ammissione ad altri corsi di laurea avvenne successivamente ed in tempi differenziati; la medizinschule, benchè fosse presente già dalla nascita dell’Università, ammise le donne solo dal 1900. La medizinschule di questa università è sempre stata all’avanguardia nel campo medico e lo è tuttora. Durante il soggiorno viennese, Hilda, ovviamente frequentò assiduamente la casa di S. Freud divenendo amica intima di sua figlia.

Nel 1932, ultimo anno di corso, rientrò e si laureò alla Friedrich Wilhelm Universität. Presso questa stessa università, nello stesso anno, iniziò a frequentare la Scuola di Specializzazione in Chirurgia e nel 1933 iniziò a frequentare il Berliner Psychoanalytisches Institut, dove intraprese anche la sua terza analisi con Werner Kemper per specializzarsi in psicoanalisi. Il Berliner Psychoanalytisches Institut, Polyklinik und Lehranstalt (che si trovava allora al n° 29 ed oggi al n° 74 della Potsdamerstraße), fu fondato da suo padre insieme a Max Eitingon nel Febbraio 1920. Esso era sia un istituto di formazione sia un ospedale, dove venivano curati col metodo psicoanalitico coloro che non potevano permettersi una terapia privatamente sia come scuola di formazione per analisti. Il metodo di istruzione seguito in tale Istituto fu definito da Karl Abraham tripartito perché si basava su tre punti: frequenza ai corsi teorici, analisi didattica, supervisione analitica. Questa metodologia didattica completa, che comprendeva apprendimento teorico della dottrina, il sottoporsi ad analisi personale e il praticare analisi su altri riferendo sull’andamento delle stesse al proprio supervisore a scopo di controllo e verifica, ebbe un tale successo che fu poi riproposta in tutti gli altri Istituti di formazione in Psicoanalisi in tutto il mondo e tuttora è il modello seguito. Al nome di tale Istituto nel 1970, in occasione del 50° anniversario dalla sua fondazione, fu aggiunta la dicitura Karl Abraham dopo il termine Institut.

Nel 1934, ottenuta la specializzazione in chirurgia e, considerando le proprie origini ebraiche che la portavano a temere rappresaglie da parte dei nazisti, che avevano preso il potere in Germania, emigrò a Londra con la madre ed il fratello; qui ella riprese sia gli studi presso il London Institute of Psychoanalysis sia l’analisi didattica che svolse con Hilda Maas, che conosceva già dai tempi di Berlino, la quale si era trasferita a Londra essendo anch’ella ebrea. Al termine degli studi e dell’analisi, venne ammessa nella British Psychoanalytical Society, dapprima come analista ordinario e poi come analista didatta.

La storia della British Psychoanalytical Society s’intreccia con la storia della psicoanalisi inglese. Essa nacque il 30 ottobre 1913 su iniziativa di Ernst Jones col nome di London Psychoanalytical Society. In merito al numero dei Soci Fondatori si evidenzia una difformità di informazioni: Jones comunica a Freud nella lettera n. 148 del 3 Novembre 1913 che i fondatori sono 9 ma non ne elenca i nomi. Mentre nell’annuncio comparso sull’Internationale Zeitschrift für Ärztliche Psychoanalyse, vol. 2, pag. 114, Marzo/Aprile 1914 vien detto che essi sono 15 e ne riporta l’elenco. Secondo questa fonte essi erano: Douglas Bryan che fu eletto Vicepresidente, Montague David Eder, David Forsyth, Bernard Hart, Ernst Jones che fu eletto Presidente, Constance Long, Maurice Nicoll, Maurice Wright tutti residenti a Londra mentre gli altri venivano da altre parti del mondo e precisamente Henry Watson Smith da Beirut (Beirut, allora Francia, oggi Libano), William Graham da Belfast (Irlanda del Nord, Inghilterra), Berkeley Hill da Bombay (oggi Mumbay, Maharashtra, allora Impero Britannico, oggi India), William detto Leslie Mackenzie da Edimburgo (Scozia, Inghilterra), David Waters Sutherland da Jubbalpoore (oggi Jabalpur, Madhya Pradesh, allora Impero Britannico, oggi India), Frédéric Joseph Arthur Davidson da Toronto (Ontario, Canada), Henry Devine (Wakefield, Yorkshire and Humber, Inghilterra). Gli esordi di tale società furono problematici; le prime riunione della società furono caratterizzate da uno scarno numero di partecipanti in quanto i non residenti a Londra partecipavano alla vita societaria saltuariamente mentre in contemporanea con la propria fondazione, essa fu il teatro di uno scontro tra freudiani e junghiani, conseguente agli esiti del IV Convegno dell’International Psychoanalytical Association tenutosi al Bayerische Hof, un lussuoso albergo di Monaco di Baviera, il 7 e l’8 Settembre 1913. Qui Jung tentò un colpo di mano per impossessarsi dell’IPA; contro il parere di Freud, infatti, tenne una relazione sui "Tipi Psicologici", i quali diverranno poi elementi costituenti della sua teoria della personalità. Egli sperava in un trionfo cosicchè potesse dare alla psicoanalisi la sua impronta, emarginando Freud ed Abraham e distruggendo tutto il loro lavoro. Tuttavia l’argomento presentato, venne giudicato dalla stragrande maggioranza dei presenti, e soprattutto dai leaders del movimento psicoanalitico, non solo assolutamente estraneo ai temi della psicoanalisi ma addirittura incompatibile con la stessa e probabilmente più adatto alla rubrica degli oroscopi di un giornale per casalinghe che ad un grande convegno internazionale. Il maldestro tentativo di Jung causò la rottura definitiva con Freud che non gli parlò mai più di persona. Nel Luglio 1914 Jung considerando di aver perso la battaglia, si dimise dall’International Psychoanalytical Association, in sigla IPA, con i suoi seguaci. Jones, di stretta fede freudiana, non voleva lasciare la London Psychoanalytical Association agli junghiani per cui si scatenò un violento conflitto interno per il possesso della società. Mentre questo conflitto era era al culmine degli scontri, il 28 Luglio 1914 scoppiò la Prima Guerra Mondiale. La neonata società si trovò a dover sospendere le relazioni con la casa madre, la Wiener Psychoanalytische Society in quanto l’Austria si trovava nello schieramento opposto a quello dell’Inghilterra. Durante la guerra vi furono solo alcuni incontri della società i quali, per giunta, col passare del tempo divenirono sempre meno frequenti e quindi di conseguenza anche pochi scontri. L’11 Novembre 1918 veniva dichiarata la fine della guerra per cui rientrando nella normalità, ripresero le riunioni della società e quindi anche gli scontri. Il 20 Febbraio 1919 Jones, che voleva una società di fede freudiana, rinominò la London Psychoanalytical Society in British Psychoanalytical Society. I motivi formali dati da Jones furono che ormai la psicoanalisi si era diffusa in tutta l’Inghilterra per cui mantenere il vecchio nome sarebbe stato prova di provincialismo mentre il nuovo nome dava un respiro nazionale; in realtà visto che i vecchi soci per passare alla nuova società, definita freudiana da statuto, dovevano avere un’approvazione basata sul curriculum scientifico, tale cambiamento servì a Jones per non ammettere in essa gli junghiani. Nel 1924 Jones, con l’aiuto di John Rickman, fece nascere il London Institute of Psychoanalysis sul modello del Berliner Psychoanalytisches Institut, Polyklinik und Lehranstalt che era sia un istituto di formazione sia un ospedale, dove venivano curati col metodo psicoanalitico coloro che non potevano permettersi una terapia privatamente sia come scuola di formazione per analisti. Il metodo di istruzione seguito in tale Istituto fu definito da Abraham tripartito perché si basava su tre punti: frequenza ai corsi teorici, analisi didattica, supervisione analitica. Questa metodologia didattica completa, che comprendeva apprendimento teorico della dottrina, il sottoporsi ad analisi personale e il praticare analisi su altri riferendo sull’andamento delle stesse al proprio supervisore a scopo di controllo e verifica, ebbe un tale successo che fu poi riproposta in tutti gli altri Istituti di formazione in Psicoanalisi in tutto il mondo, quindi anche nel London Institute of Psychoanalysis, ed è tuttora è il modello seguito. Nel 1925 Melanie Klein, le cui teorie avevano fortemente influenzato gli analisti britannici venne invitata a Londra per tenere una serie di conferenze, riscontrando un grande successo per cui venne invitata da Jones a trasferirsi in Inghilterra. Nel 1926 Melanie Klein, in considerazione del fatto che nel mondo psicoanalitico di lingua tedesca non era molto apprezzata ma anzi al contrario le si preferiva l’altra grande teorica della psicoanalisi infantile, la sua arcirivale Anna Freud, e che il suo maestro Karl Abraham era morto l’anno prima, accettò l’invito a trasferirsi a Londra, lasciando la Deutsche Psychoanalytische Gesellschaft per divenire membro della British Psychoanalytical Society; le teorie della Klein differivano da quelle della Freud per molti aspetti tra i quali i più importanti erano i tempi di sviluppo delle relazioni oggettuali considerati più precoci dalla Klein, sul Complesso di Edipo considerato meno importante delle fasi di sviluppo precedenti dalla Klein ed infine sulla pulsione di morte che la Freud ritenesse non esistere nei bambini. Sempre nel 1926 all’interno della British Psychoanalytical Society nasce il suo braccio clinico la London Clinic of Psychoanalysis, che come la sua controparte berlinese forniva trattamenti psicoanalitici per adulti e bambini a basso costo, permettendo così l’accesso a questo tipo di trattamento a coloro che, per motivi economici, non se lo sarebbero potuto permettere. Nel 1933 l’ascesa del partito nazista in Germania, per via delle politiche di persecuzioni razziale, diede il via ad un grande esodo di ebrei, e quindi anche di analisti, trai quali appunto Hilda Abraham, in altre parti del mondo, ma principalmente in Inghilterra e negli USA. Una seconda ondata di profughi avvenne tra il 1938 ed il 1939 in seguito all’annessione tedesca dell’Austria e della Cecoslovacchia ed all’alleanza con varie nazioni che accettarono le leggi razziali fra le quali l’Italia, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria; in questo gruppo c’erano anche Sigmund ed Anna Freud che scelsero di trasferirsi proprio a Londra, dove furono accolti trionfalmente nella British Psychoanalytical Society. L’inizio della seconda guerra mondiale, avvenuta, il 1 Settembre 1939, portò i Tedeschi ad occupare diverse nazioni fra le quali la Polonia, Il Belgio, l’Olanda, Il Lussemburgo, la Jugoslavia, la Grecia, la Danimarca, la Norvegia, la Francia nelle quali furono instaurate le persecuzioni razziali che portarono conseguentemente ad una terza ondata migratoria di ebrei. L’arrivo di questi analisti, perlopiù seguaci di Anna Freud, in Inghilterra non poteva non portare a delle tensioni con i seguaci di Melanie Klein. Dopo la morte di Sigmund Freud, nel 1939, il conflitto tra Anna Freud e Melanie Klein, che durava da tempo a distanza prima fin dal decennio precedente, esplose furiosamente all’interno della British Psychoanalytical Society; sempre più spesso, infatti, la pubblicazione di articoli psicoanalitici o gli interventi ai vari convegni venivano usati per portare attacchi più o meno velati alle teorie della fazione opposta. Nacquero tre fazioni, una legata alla Psicologia dell’Io e capeggiata da Anna Freud, una legata alla Teoria delle Relazioni Oggettuali capeggiata da Melanie Klein e la terza definita degli Indipendenti, perché gli appartenenti ad essa non erano schierati, capeggiata da Ernst Jones. Tra i seguaci di Melanie Klein si annoverano Marjorie Brierley, Susan Isaacs, Joan Riviere, Paula Heimann, Roger Money-Kyrle tra quelli di Anna Freud vi erano gli psicologi dell’Io Kate Friedlander, Willie Hoffer e sua moglie Hedwig Schaxel in Hoffer e i freudiani ortodossi fra i quali Edward Glover, Melitta Klein in Schmideberg figlia della Klein e suo marito Walter Schmideberg, tra gli indipendenti si schierarono Ella Freeman Sharpe, James Strachey, Sylvia Payne, Donald Winnicott, William Gillespie, John Bowlby.

Entrambe le contendenti avrebbero voluto avere dalla propria parte Hilda Abraham, la figlia del grande Karl, la quale, nonostante che la Klein fosse stata l’allieva prediletta da suo padre, o forse proprio per questo, si schierò decisamente con Anna Freud, della quale era amica dai tempi della sua gioventù, quando studiava medicina a Vienna.

I conflitti portarono quasi ad una scissione nella British Psychoanalytical Society fin quando nel 1942, Ernst Jones leader indiscusso dopo la morte di Freud del movimento psicoanalitico mondiale in generale e di quello britannico in particolare, intimò alle due contendenti di trovare un accordo; timorose di un’espulsione dall’IPA, esse decisero di negoziare. Il 21 Ottobre dello stesso anno iniziarono cosi le Controversial Discussions che durarono fino al Febbraio 1944. Esse consistevano in periodiche riunioni nelle quali un esponente di un gruppo ed uno dell’altro esponevano i rispettivi punti di vista sui vari aspetti teorici, trattamentali e formativi della psicoanalisi davanti ad un comitato, era presieduto da tre membri della società, uno per gruppo ciascuno dei quali rappresentava una delle principali fazioni, e precisamente da James Strachey per gli indipendenti, Marjorie Brierley per i kleiniani, Edward Glover per il gruppo ortodosso e per gli psicologi dell’Io. L’esito delle Controversial Discussions, avvenuto nel Febbraio 1944, portò ad un accordo che, pur scongiurando un vero e proprio scisma, ebbe tuttavia delle conseguenze importanti, in quanto il gruppo più ortodosso dei freudiani guidato da Edward Glover si dimise in blocco dalla British Psychoanalytical Society, ritenendo che esso violasse gli insegnamenti del Maestro. L’accordo, stipulato dopo un anno di trattative per applicare in pratica quello che si era definito in teoria, fu preso dalle due avversarie alla presenza di un garante, cioè Silvia Payne, in qualità di secondo Presidente della British Psychoanalytical Society, carica che mantenne dal 1944, quando successe a Jones, fino al 1947, quando le subentrò Rickman. Tale accordo, poiché non venne scritto nel regolamento, venne definito Gentlemen’s Agreement; con esso venivano istituiti nel London Institute of Psychoanalysis: un’unica commissione per la selezione e per gli esami; due tipologie differenti di corsi per la formazione dei nuovi analisti, uno secondo le direttive del Gruppo A, comprendente i seguaci della Klein ed i componenti del gruppo indipendente e coordinato dalla Heimann e l’altro secondo le direttive del Gruppo B, facente capo ad Anna Freud e coordinato dalla Schaxel-Hoffer; seminari teorici ed attività extracurriculari in comune; laboratori ed attività tecniche propri di ogni gruppo con possibilità di frequentare quelli dell’altro gruppo come ospite; dal terzo anno seminari clinici tenuti indifferentemente da un docente di un gruppo qualsiasi; analisi didattica con un didatta del proprio gruppo; due supervisioni, una da effettuare con un supervisore del proprio gruppo e l’altra con un’esponente dell’altro. Nel 2000 alcuni psicoanalisti capeggiati da Daniel Twomey, Sharon Raeburn e Helen Alfille, i quali volendo mantenere intatto il setting classico, con frequenza di 4/5 sedute settimanali, che gradualmente si andava perdendo nella British Psychoanalytical Society, decisero di uscire da essa per fondarne un’altra che si ispirasse alle loro idee; nacque così la British Psychoanalytic Association, basata prevalentemente sulle teorie di S. Freud, M. Klein, D, Winnicott, che ottenne l’affiliazione all’IPA nel Gennaio 2010. Nel 2005 nella British Psychoanalytical Society si decise di abbandonare il Gentlemen’s Agreement perché ormai privo di senso in quanto Melania Klein era morta il 22 Settembre 1960, Anna Freud il 9 Ottobre 1982 e i loro assiomi concettuali ancora ritenuti validi si erano fusi mentre quelli non più ritenuti validi erano stati abbandonati da tempo. Nel 2015 la British Psychoanalytical Society aprì un altro centro clinico a Leeds (Yorkshire and Humber) dal nome Clinical Service North e siamo così arrivati ai giorni nostri.

Tornando alla Abraham, essa, ottenuta l’iscrizione all’Ordine dei Medici di Londra nel 1945, venne assunta all’Elizabeth Garrett Anderson Hospital come chirurgo. Quest’ospedale si chiamava così in onore di Elizabeth Garrett Anderson (Londra, 9 Giugno 1836 - Aldeburg, Suffolk, Inghilterra, 17 dicembre 1917), che fu la prima donna a laurearsi in Medicina in Francia in quanto in quel periodo le donne in Inghilterra non erano ammesse a tale corso di laurea, la prima a specializzarsi in chirurgia, la prima cofondatrice di un ospedale in Inghilterra, la prima direttrice di un corso di Laurea in Medicina, la prima donna sindaco. Nel 1866, Elizabeth Garrett Anderson fu una delle fondatrici nonché Direttore Sanitario del Dispensario di St. Mary a Londra, che era una struttura ambulatoriale che erogava trattamenti gratuiti per donne indigenti. Nel 1872, essendosi dotato di posti-letto assunse il nome di New Hospital for Women, che aveva la particolarità di avere uno staff interamente femminile e di accettare pazienti solo di donne indigenti. Nel 1918 l’ospedale venne ribattezzato Elizabeth Garrett Anderson Hospital. Nel 1946 l’ospedale acquistò l’Hampstead Nursing Home, posizionato nel quartiere omonimo, che dopo due anni di ristrutturazione nel 1948 si era tramutato nel Garrett Anderson Maternity Home. Nel 2001 le due strutture vennero riunificate; la nuova clinica venne rinominata Elizabeth Garrett Anderson and Obstetric Hospital. Nel 2008 tale ospedale fu acquistato dall’University College Hospital che creò una nuova struttura al proprio interno, tuttora esistente e destinata a fornire esclusivamente servizi materno-infantili chiamata University College Hospital Elizabeth Garrett Anderson Wing.

Nel 1948 Hilda Abraham avendo avuto un’offerta di lavoro come psichiatra, lasciò l’Elizabeth Garrett Anderson Hospital per trasferirsi al British Hospital for Functional Mental and Nervous Disorders. Questo ospedale era nato nel 1890 col nome di British Hospital for Mental Disorders e lo scopo, primo in tutta l’Inghilterra, di fornire trattamenti psichiatrici di tipo ambulatoriale agli indigenti. Nel 1900 si trasferì in una sede più grande ed assunse il nome di British Hospital for Mental Disorders and Brain Diseases. Durante la prima guerra mondiale si specializzò nella cura dei disturbi psichiatrici dei militari. A seguito di ciò l’ospedale si dotò di posti-letto e potè così usufruire di aiuti statali, non concessi alle cliniche che prestavano solo servizi ambulatoriali. La clinica cambiò nome sia nel 1920 in British Hospital for Mental Disorders and Nervous Diseases sia nel 1930 in British Hospital for Functional Mental and Nervous Disorders. Hilda Abraham fu assunta nel periodo in cui la clinica aveva questo nome per avviare i trattamenti a sfondo psicoanalitico; nel 1948, infatti, il British Hospital for Functional Mental and Nervous Disorders fu acquistato, pur mantenendo formalmente una propria autonomia, dal Paddington Hospital (così chiamato dal quartiere in cui si trovava) e ribattezzato British Hospital for Functional and Nervous Disorders. Nel 1961 il Consiglio d’Amministrazione dell’Ospedale scelse di dargli un nome più facile da ricordare e quindi più breve scegliendo il nome della via in cui esso era sito per cui venne rinominato Camden Clinic. Nel 1962 il Consiglio d’Amministrazione del Paddington General Hospital decise di unificare gli ospedali ad esso federati e cioè il West End Hospital for Nervous Diseases e il Paddington General Hospital. Nacque così nel 1962 il Paddington Clinic and Day Hospital che presto ospitò anche un servizio di Psicoterapia dell’età evolutiva, trasferito dall’ospedale St. Marylebone, così chiamato anch’esso dal quartiere d’appartenenza ed affidato ad Hilda Abraham. In tale ospedale furono avviati anche servizi ambulatoriali di tipo riabilitativo e di arte-terapia. Nel 1965 fu avviata una delle prime "comunità terapeutiche" in regime di Day Hospital, con lavori di gruppo, riunioni di comunità, decisioni condivise ed analisi gruppale basata su postulati della sinistra freudiana. Il Day Hospital accettava anche pazienti che erano stati giudicati psicologicamente inadatti alla psicoterapia tradizionale. La sua politica di tipo liberale non metteva vincoli di frequenza per cui i pazienti si presentavano quando volevano. Il personale ha cominciato a rifiutarsi di diagnosticare le condizioni psichiatriche o di prescrivere farmaci e finanche di tenere cartelle cliniche per i loro pazienti. Alcuni pazienti hanno iniziato a convivere insieme in alcune delle stanze della clinica in modo che le dinamiche di gruppo potessero continuare per 24 ore al giorno. Nel 1971, anno in cui morì Hilda Abraham, la Direzione del General Hospital Paddington emise un provvedimento di chiusura del Paddington Clinic and Day Hospital, cosa che suscitò una tale ondata di protesta da assumere valenza simbolica per il movimento anti-psichiatrico tipico della sinistra freudiana. La protesta ebbe successo per cui il Paddington Clinic and Day Hospital rimase aperto. Nel 1974 la Clinica cambiò nuovamente nome in Paddington Center for Psychotherapy. Nel 1979 col cambiamento del clima culturale ed l’avvenuto decadimento delle strutture ospedaliere il Paddington Center for Psychotherapy andò incontro alla chiusura definitiva.
Tra gli scritti di Hilda Abraham notevole è la biografia del padre, peraltro rimasta incompiuta, essendo ella morta a soli 65 anni, il 3 Ottobre 1971.

I suoi contributi teorici hanno riguardato in primis l’aborto. Tale evenienza è stato trattato poco dagli analisti in quanto moralmente disturbante e pertanto scotomizzato. Ella si sofferma particolarmente sulle adolescenti incinte; esse, non avendo raggiunto una piena consapevolezza né del proprio esser donne né di ciò che comporta la propria femminilità, si trovano a dover scegliere fra tre strade. La prima è quello di accettare consapevolmente la propria situazione e farvi fonte grazie ad un adeguato adattamento dell’Io alla realtà esterna, la seconda è quella di tentare un ritorno magico allo stadio adolescenziale cedendo alle pulsioni esoiche e ripudiando la precoce maturazione con l’aborto come se la gravidanza non fosse mai avvenuta, la terza è quella di accettare la situazione ma con intenti espiativi e pseudoriparatori cedendo alle pressioni superegoiche. Nel secondo e nel terzo caso, a causa di un Io debole, esse sono incapaci di amare il bambino in grembo rispettivamente a causa di pre-esistenti problemi legati al Complesso di Elettra e non risolti o per aver avuto madri gravemente deprivanti con le quali sia stata tentata un’identificazione ma con scarso successo. L’Io diventa debole quando la madre non garantisce una presenza adeguata, amorevole e costante nelle prime fasi di sviluppo. La bambina, entrerà nella Fase di Elettra, convincendosi che le scarse cure materne siano dovute al fatto di essere immeritevole e non degna di essere amata; consequenzialmente non prenderà l’ovvio rifiuto paterno come un fatto legato all’amore provato dallo stesso verso la madre, ma come logica conseguenza dell’essere indegna. Tale situazione favorendo l’identificazione con la madre rifiutante, comporterà che adulta, ella avrà difficoltà sia a gestire sia eventuali gravidanze sia le relazioni sentimentali.

Hilda Abraham diede un altro importante contributo sui dinamismi psichici legati al vaginismo in generale e a quello grave causante mancata consumazione del matrimonio in particolare per rifiuto od impossibilità ad avere un normale rapporto sessuale. Ella condusse una ricerca su donne affette da vaginismo a seguito delle quale individuò due differenti cause psicodinamiche. La più frequente causa è da individuarsi in un investimento erogeno non della vagina ma del clitoride per cui qualora esso non venga stimolato la vagina non si lubrifica; l’attrito determinato dal movimento del pene nella vagina asciutta fa insorgere una sensazione che, andando da un fastidio marcato ad un vero e proprio dolore, causa contratture muscolari imponenti ed ostacolanti od impedenti il coito. Tale sensazione è così sgradevole che tale sensazione insorge non solo con l’atto vero e proprio ma anche col semplice pensiero che esso sia in procinto di avvenire. L’investimento erogeno clitorideo è dovuto ad una fissazione al periodo fallico, all’inizio delle fase di Elettra, a sua volta dovuta ad una tale angoscia di castrazione che per la bambina diventa impossibile proseguire nello sviluppo psicosessuale che vive il clitoride come sostituto del pene. Una causa meno frequente si verifica quando la fase di Elettra non si chiude in modo definito o si chiude male; in questo caso l’oggetto d’amore rimane il padre per cui tutti i rapporti sessuali della vita adulta, vissuti inconsciamente come se fossero un tradimento, vengono ostacolati od impediti proprio grazie al vaginismo, i cui risvolti diventano dunque essenzialmente fattori di vantaggio secondario.

Bibliografia
Opere di Abraham in italiano:
Mio padre Karl Abraham, Bollati Boringhieri, Torino, 1985 - Titolo originale: Karl Abraham: an unfinished biography, 1974.

Opere di Abrahamin altre lingue:
Twin relationship and womb fantasies in a case of anxiety hysteria, International Journal of Psychoanalysis, vol. 34, pagg. 219-227, Taylor & Francis, Abingdon-on-Thames, 1953.
A contribution to the problems of female sexuality, International Journal of Psychoanalysis, vol. 37, pagg. 351-353, Taylor & Francis, Abingdon-on-Thames, 1956.
Therapeutic and psychological approach to cases of unconsummated marriage, British Medical Journal, n° 4971, British Medical Journal, Londra, 14 Aprile 1956.
Con Kanter V. B., Rosen I., Standen J. L., A controlled clinical trial of imipramine (Tofranil) with out-patients, British Journal of Psychiatry, vol. 109, pagg. 286-293, Royal College of Psychiatrists, Londra, 1963.
Con AA.VV., Die Anfänge der Psychoanalytischen Vereinigung in Berlin in Psychoanalyse in Berlin, beiträge zur geschichte, theorie und praxis. 50-Jahr-gedenkfeier des Berliner Psychoanalytischen Institut Karl Abraham, pagg. 11-25, Meisenheim, Hain, 1971.

Opere su Abraham
Abraham K.,: La piccola Hilda in A. Castiello d’Antonio - Karl Abraham e l’interesse per lo studio del bambino, Giornale Storico di Psicologia Dinamica, vol. VII, fasc. 13, Liguori, Napoli, 1983 - Titolo originale: Klein Hilda: tagträume und ein symptom bei einem siebenjährigen mädchen, 1913.
Bental V., In memory of  Dr. Hilda Abraham, The Israel Annals of Psychiatry and related disciplines, vol. 9, n. 3, pagg. 265-266, Israel Psychiatric Association, 1971.
Bentinck van Schoonheten, A., Karl Abraham: life and work, a biography, Taylor & Francis, Milton Park, 2015.
Freud A., On Hilda Abraham’s biography of Karl Abraham, International Review of Psycho-Analysis, n° 1, pag. 15, Routledge, Londra, 1974.
King P., Steiner R., The Freud-Klein Controversies 1941-45, Brunner-Routledge, Hove, 1992.
Moscato V., Romeo G., Karl Abraham, Leggi qui l’articolo
Nucera R.M, Romeo E, Hanns Sachs, Leggi qui l’articolo
Pines N., Hilda Abraham: 1906-1971, International Journal of Psychoanalysis, vol. 53, n° 3, pag. 331, Taylor & Francis, Abingdon-on-Thames, 1972.

Ultima revisione: 21 Febbraio 1919

Gli Autori
Angela Cuzzocrea, Dottoressa in Psicologia, Università di Messina

Gabriele Romeo, Medico, Psicologo, Psicoanalista, Coordinatore Didattico, Docente, Analista Didatta e Supervisore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica e Gruppoanalitica di Reggio Calabria.


31/01/2019, 15:33

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 di Pasquale Luca Quieto




di Pasquale Luca Quieto

La rivoluzione psicoanalitica si assestò fin dai suoi arbori alla stregua delle più grandi scoperte fatte dall’uomo tanto da affiancarsi di diritto, per importanza e clamore suscitato nell’ambiente scientifico, alla rivoluzione copernicana e alla teoria di Darwin.  

In particolare, Sigmund Freud con il suo contributo alla nascita della Psicoanalisi e attraverso l’esplicazione del concetto di Inconscio sovvertì migliaia di anni di riflessioni che fino ad allora avevano riconosciuto più rilevanza al concetto di Io cosciente e consapevole.

La Psicoanalisi suscitò fin da subito grande attenzione all’interno degli ambienti scientifici e fu ben presto terreno fertile per momenti di accesa dialettica tra i critici ed i suoi estimatori e di controversia tra gli stessi psicoanalisti. 
È di interesse quindi analizzare l’evoluzione storica del movimento psicoanalitico francese, al fine di mettere in evidenza i contributi teorici nonché gli effetti, in termini di trasformazione, della stessa sulla prassi psicoanalitica. Ciò con particolare riguardo alla fase genetica del movimento psicoanalitico in Francia, allo sviluppo del medesimo fino ai giorni d’oggi, con riferimenti alla letteratura e alla tecnica.

La Psicoanalisi si sviluppò con enormi difficoltà, in un territorio, quello francese, diffidente al nuovo e allo straniero. Nel 1923 Sigmund Freud rilasciò un’intervista al giornalista Raymond Recouly nella quale sottolineò le difficoltà di sviluppo della Psicoanalisi in Francia, dichiarando: "la Francia è il Paese dove ho il minor numero di seguaci, anche se le mie teorie sono state studiate e rese pubbliche in Francia".

Freud, iniziò a farsi conoscere nell’ambiente scientifico transalpino anche attraverso la redazione di articoli in lingua francese per le "Archives de Neurologie" e per la "Revue neurologique".

Si ipotizza la collocazione temporale della redazione dei suddetti articoli tra il 1893 e il 1896, periodo in cui la Psicoanalisi veniva partorita dalla mente del suo fondatore. In particolare, nel primo di questi lavori, scritto su incarico di Charcot, esponeva le sue prime considerazioni sul carattere non squisitamente organico delle paralisi motorie organiche e isteriche, trattate attraverso lo studio di alcune pazienti alla Salpêtrière.

Si può quindi affermare che Charcot, maestro di Freud tra il 1885 e il 1886, è tra i precursori della Psicoanalisi ed è considerato uno degli studiosi francesi che, seppur indirettamente, contribuirono allo svilupparsi della teoria e della tecnica psicoanalitica in Francia. Freud fu così influenzato dal neurologo francese che chiamò il suo primogenito Jean Martin, in suo onore. In sostanza, l’influenza di Charcot sulla teoria psicoanalitica fu nell’aver affermato la differenza tra l’isteria e l’epilessia in quanto, grazie all’esplicazione di indagini anatomo-patologiche, scoprì che la prima non aveva basi organiche. Da quì, inoltre, deriva l’intuizione dello stesso per la possibile etiologia sessuale della patologia, anticipata dalla famosa frase di Charcot nel 1870: "C’est le sexe, toujours le sexe". L’influenza di Charcot si rilevò importante perché a questo si deve l’identificazione delle diverse fasi che caratterizzano la grande crisi isterica. Questa è connotata: da una prima fase prodromica in cui si presentono delle aure (allucinazioni visive, uditive, tristezza o ilarità, tremori, cardiopalmo, singhiozzo, dolori, senso di bolo, vertigine, perdita della coscienza); da una seconda fase, definita convulsiva, con contrazioni toniche e poi cloniche; da una terza fase contorsiva o del clownismo (attitudini illogiche, grandi movimenti, arc-en-ciel); da una quarta fase, definita degli atteggiamenti passionali, con movimenti erotici; ed infine da un ultimo stadio, definito mistico, dove venivano presentati dal paziente atteggiamenti tipicamente religiosi. Charcot utilizzava l’ipnosi come metodo terapeutico, così come fece Freud agli albori del suo lavoro, per considerando la facilità di ottenimento della guarigione con la suddetta tecnica, si rese conto che l’isteria non poteva avere una base organica. Lo stesso, infine, si convinse definitivamente dell’etiologia sessuale del disturbo in ragione della considerazione che la grande crisi sembrava mimare un amplesso seguito da un pentimento (Francioni, 1982).

Uno studioso contemporaneo di Freud fu il parigino Pierre Janet, anch’egli allievo di Charcot. Questo fu indirettamente d’aiuto allo sviluppo dei contenuti psicoanalitici in Francia tanto che Freud ammise di aver "seguito l’esempio di Janet" (ibidem). I rapporti tra Freud e Janet furono connotati soprattutto da contrasti, in quanto quest’ultimo sosteneva la primogenitura di alcuni concetti, come ad esempio quelli di subconscio e di analisi psicologica; in particolare, durante il 17° Congresso Internazionale di Scienze Mediche, che si tenne nell’agosto 1913 a Londra, ai cui lavori partecipò per la Francia Janet nella sua relazione esaminò le differenze fra la Psicoanalisi e la sua Analyse psychologique, soprattutto per quanto riguardava l’incidenza dei ricordi traumatici (Janet, 1913). Definì quindi la parte operativa del proprio modello "Analisi psicologica", sostenendo che essa fosse stata copiata da Freud per sviluppare la Psicoanalisi. Janet, inoltre, considerava la Psicoanalisi come una rielaborazione delle osservazioni charcotiane sulle nevrosi traumatiche e delle ricerche dello stesso Janet sulle idee fisse nell’isteria. Egli sosteneva che, visto che alcune patologie si potevano sviluppare in seguito a un trauma e al ricordo da esso lasciato, agendo sul ricordo si potevano modificare le patologie stesse. Per analizzare lo stato mentale capace di rendere traumatico un ricordo, Janet ricorse alle nozioni di restringimento del campo della coscienza, di debolezza della sintesi psicologica e di abbassamento della tensione psicologica. Agli inizi, le opinioni di Freud differivano da quelle di Janet solo per la terminologia usata ad  i concetti di conversione, transfert e spostamento sono specificazioni analoghe al concetto di automatismo psichico di Janet. Successivamente le due teorie divennero molto distanti; Freud affermava che alla base di ogni nevrosi vi fosse sempre un ricordo traumatico che era la causa di ogni sintomo e si serviva del metodo dell’interpretazione, in particolare dei sogni, per ottenere la cura del paziente. Al contrario, l’Analisi psicologica di Janet non consentì di interpretare i sogni od altri fatti osservati perché non stabiliva a priori la presenza di un ricordo traumatico. Inoltre, secondo la Psicoanalisi i disturbi sessuali e i ricordi ad essi legati erano la causa essenziale ed unica della malattia, mentre l’Analisi psicologica non consentì di raggiungere tali conclusioni. Le divergenze suddette portarono Janet a criticare la Psicoanalisi, colpevole di aver estremizzato il concetto di sessualità ed i suoi legami con il disagio psichico, definendola il dogma del "pansessualismo". 

Parallelamente a Janet, un altro psichiatra di celebre fama in Francia, E. Régis, iniziò ad interessarsi della Psicoanalisi freudiana, cosa che influenzò enormemente il lavoro di altri psichiatri francesi come il suo allievo A. L. M. Hesnard, che ebbe successivamente un ruolo importante nello sviluppo delle idee psicoanalitiche in Francia. Régis aveva un marcato approccio di tipo biologico alla psichiatria e una marcata ambivalenza verso le teorie freudiane che da un lato considerava  innovatrici e affascinanti e dall’altro limitate alla cultura germanica di stampo ebraico; al riguardo proponeva che la Psicoanalisi fosse "francesizzata" prima di poter essere utilizzata come metodo clinico nella sua patria.. Egli produsse alcune opere apparentemente divulgative sulla Psicoanalisi ma in fondo abbastanza critiche. Nel 1913 Régis scrisse con Hesnard con "Freud e la Psicoanalisi" e nel 1914 "La Psicoanalisi delle nevrosi". L’importanza del lavoro di Hesnard fu legata al suo sforzo di introdurre la Psicoanalisi in Francia tramite la traduzione dei lavori freudiani e di altri Autori; fornendo cosi la conoscenza diretta dei testi originari fino ad allora non disponibili in francese di fatto eliminò uno degli ostacoli principali alla diffusione del movimento psicoanalitico. Lo stesso Freud (1914) apprezzò il tentativo di Hesnard e del suo mentore Régis che considerava essere atto a dissipare ogni pregiudizio dei loro compatrioti nei confronti della nuova dottrina. Hesnard nella sua opera di trasposizione, descrisse i concetti di subconscio, rimozione e conflitto per poi concentrarsi sul termine sessualità che, a detta del transalpino, era inteso da Freud in maniera eccessivamente allargata. Nel proseguo del suo lavoro si limitò a descrivere le applicazioni terapeutiche della Psicoanalisi senza accettarla in blocco e mantenendo uno spirito critico. "La doctrine de Freud et de son école" fu pubblicata su "L’Encéphale" in tre numeri consecutivi nella prima metà del 1913, in essa la Psicoanalisi venne definita come un vasto sistema psicologico che si propone di spiegare la maggior parte delle forme dell’attività psichica umana, normale e patologica, e di stabilire, in particolare, il determinismo patogenetico delle nevrosi e delle psicosi. Hesnard partecipò alla commissione che ebbe l’obiettivo di francesizzare i termini psicoanalitici e aderì attivamente alla vita di diverse organizzazioni psicoanalitiche e di alcune delle quali fu anche fondatore. Fu inoltre analista didatta, ma rifiutò sempre di farsi analizzare. Egli non condivideva la visione freudiana dell’insight, che riteneva nascesse in altro modo; asseriva difatti che il paziente oppresso dai suoi sintomi e confuso, necessitava di essere indotto ad estrinsecare la sua personalità in un modo ideale e più rispondente alle richieste della società, liberandolo dalla confusione, così da permetterglieli di guarire dai sintomi. Tutto ciò veniva ottenuto instillando nel comportamento conscio dell’individuo alcuni automatismi mentali, tali da rendere i sintomi sempre più marginali nel tempo, fino alla loro esclusione dalla coscienza. A fronte di questo ragionamento, più vicino alle tecniche cognitive che a quelle analitiche, ideò un servizio di psicotecnica che utilizzava tecniche anche psicoanalitiche per individuare od escludere le persone più o meno portate per la leva e per favorire il congedo di coloro che manifestavano disturbi post-traumatici marcati.

G. Heuyer, psichiatra francese che nel 1921 divenne direttore del Sainte-Anne Hopital di Parigi, la clinica psichiatrica della Salpêtrière, pur non avendo una formazione psicoanalitica, apprezzò fin da subito il lavoro di Freud a tal punto da introdurne i dettami e la tecnica come strumento finalizzato alla cura all’interno della Clinica psichiatrica, ove assunse come analista, su raccomandazione di Freud, una donna che non ebbe origini francesi e non fu medico, cioè Eugenia Nacida Kutner, conosciuta meglio come Eugenia Sokolnicka. Ella nacque in Polonia nel 1884 e nell’autunno del 1921 fu inviata a Parigi come rappresentante ufficiale della Psicoanalisi in Francia dove diede una grande spinta allo sviluppo del metodo freudiano.

E. Pichon, anch’egli medico e analizzato dalla Sokolnicka, fu uno dei massimi fautori della francesizzazione della Psicoanalisi che aveva come obiettivo principale quello di eliminare gli elementi ebraici dalla teoria freudiana. In seno alla Société psychoanalityque de Paris propose di cambiare alcuni termini freudiani quali libido con "aimance" (amorevolezza) ed es con "inframoi" (me interiore), scontrandosi con la Bonaparte, e si oppose all’analisi laica scontrandosi con Lacan. Fu il primo a fondere le proprie conoscenze grammaticali e quelle psicoanalitiche ed a sostenere che il linguaggio risiede nell’inconscio proprio perché dalla lingua si arriva alle idee. Tale concetto venne poi rielaborato da Lacan con intuizioni molto più profonde.

Il processo di diffusione della Psicoanalisi nel territorio transalpino, iniziato alla clinica Saint-Anne, continuò nel 1925 quando il Patronage Rollet di Parigi (un istituto privato che ospitava, istruiva e dava lavoro ai minori di diciotto anni) aprì una clinica pedo-psichiatrica infantile, la cui direzione fu affidata ad Heuyer, che vi introdusse la Psicoanalisi tramite S. Morgenstern. Di lì a poco fu istituita alla Salpêtrière la cattedra di Neuropsichiatria infantile (prima in Europa e seconda in tutto il mondo dopo quella dell’Università di Buenos Aires) ed Heuyer ne fu nominato professore; durante quegli anni riuscì ad interrompere l’uso della lobotomia e diede ampi spazi a nuove tecniche diagnostiche e terapeutiche quali l’elettroencefalografia e la Psicoanalisi.

La Morgenstern, negli anni immediatamente precedenti il secondo conflitto mondiale, diede un rilevante contributo alla Psicoanalisi francese Sophie Morgenstern. Questa, dopo aver intrapreso un percorso di analisi terapeutica e didattica con la Sokolnicka, entrò, nel 1926, nella Società psicoanalitica di Parigi. Inoltre, fece parte della redazione della rivista l’Evolution psychiatrique e nel 1934 divenne docente all’Institute psychanalityque de Paris. In particolare, la metapsicologia della Morgenstern si colloca sulla scia di quella annafreudiana. La stessa riteneva infatti che le nevrosi infantili avessero le stesse strutture e le stesse cause di quelle presenti negli adulti. In altri termini, secondo la Morgenstern (1937) la patogenesi dei disturbi, sia infantili che adulti, deriverebbero da una scarsa maturità dell’Io che si dimostra incapace di svolgere un’adeguata mediazione tra le richieste interne dell’Es e le richieste della realtà esterna. Morgenstern affermava che nella terapia con i bambini compresi dai 3 ai 12 anni la tecnica principale che lo psicoanalista dovrebbe utilizzare è quella del disegno; mentre per i bambini con più di 12 anni e fino al momento in cui l’individuo risulti maturo per un colloquio proficuo, bisognerebbe utilizzare l’analisi del gioco.

Nonostante queste timide aperture, aleggiava una forte convinzione che può essere sintetizzata dalle parole: "la Psicoanalisi non avrà mai successo in Francia". E questo fu il giudizio di Raymond De Saussure, apparso nel 1921 sull’International Journal of Psychoanalysis, giustificato a detta dello studioso dal fatto che pochi francesi, fino ad allora, ebbero il reale desiderio di sperimentare i metodi psicoanalitici. De Saussure fu di rilevanza importante perché presentò in Francia la teoria e la prassi psicoanalitica e la sua opera fu di importanza notevole poiché rappresentava un chiarimento delle concezioni fondamentali di Freud e venne recepita come un manuale di tecnica ad uso esclusivamente dei medici e non del volgo curioso.

Un’altra figura di spicco nello sviluppo della Psicoanalisi in Francia, benché non diventò mai psicoanalista, fu H. Claude, che, nonostante avesse una formazione organicista, decise di aprire, subito dopo essere diventato associato al Sainte-Anne Hopital, un laboratorio di Psicoanalisi. Dal 1926 inserì nel programma universitario la disciplina "Elementi di Psicoanalisi" e diede corso a delle letture magistrali di Psicoanalisi nel corso delle lezioni. Egli in questo laboratorio assunse un altro grande psicoanalista, R. Laforgue. 

Laforgue fu l’elemento di spicco per la nascente psicoanalisi francese; egli si laureò a Parigi nel 1919 con la tesi "L’affettività nella schizofrenia da un punto di vista psicoanalitico". Nel 1923 avviò una corrispondenza con Freud che incontrò a Vienna l’anno dopo e con cui stabilì uno scambio di lettere fino al 1937. Nel 1927 partecipò alla fondazione della Rivista francese di Psicoanalisi e nel 1931 venne sostituito alla direzione del laboratorio di Psicoanalisi del Sainte-Anne Hopital da S. Nacht. Risentito per questo evento che percepì oltraggioso e convinto della superiorità bellica della Germania nel 1940, si decise a tentare un colpo di mano. Così cambiò orientamento politico, dato che fino a quel momento era stato uno dei leader del Lica (Lega internazionale contro l’antisemitismo), e contattò Matthias Goring, nazista, leader della NeoPsicoanalisi tedesca e cugino di Hermann Goring, il braccio destro di Hitler e, col suo appoggio, tentò di conformare la Società psicoanalitica di Parigi sul modello di quella tedesca. Alla fine della guerra, denunciato per tale motivo dallo psicoanalista J. Leuba, fu processato ma non solo venne assolto proprio per gli aiuti dati agli ebrei, in particolare ad Oliver Freud, ma ricevette anche nel 1953 la Légion d’honneur. Dal punto di vista teorico i suoi contributi più importanti riguardano i concetti di schizonoia, schizomania e super-io ipertrofico (Laforgue, 1938). In particolare, la schizonoia rappresenta uno stato emotivo derivante da un conflitto tra le decisioni consapevoli di un individuo e l’orientamento che il suo inconscio gli impone; mentre, il termine schizomania descrive una forma psicotica che si sviluppa in un soggetto schizoide per effetto di uno stato tossico o di una situazione conflittuale. Lo stesso concettualizzò la teoria del trauma dello svezzamento, che va di pari passo con la teoria del trauma della nascita di Rank, che consiste nella percezione del bambino di essere disunito dalla madre nel momento in cui ella termina di allattare il proprio figlio poiché, a seconda delle diverse modalità di svezzamento adottate dalla madre, potrebbero subentrare o meno dei problemi psicopatologici nell’infante, quali ad esempio dei disturbi della condotta alimentare.

Un altro personaggio di spicco della psicoanalisi francese fu Marie Bonaparte, moglie del principe Giorgio Schleswig-Holstein Glücksborg di Grecia e Danimarca, che era una discendente dell’imperatore Napoleone Bonaparte. Nonostante conducesse una vita piuttosto agiata, Marie Bonaparte fu soggetta a forti stati depressivi. Su consiglio dell’amico psicoanalista Laforgue, questa entrò in analisi con Freud il quale, nel breve arco temporale di un mese l’aiutò a risolvere le sue problematiche. Per tale ragione la Bonaparte si interessò alla Psicoanalisi tanto da continuare l’analisi personale per diventare a sua volta analista. Difatti divenne con successo professionale e personale collega prima e amica intima poi di Freud. In merito ai contributi materiali, rilevano le traduzioni in francese fatte dalla stessa dei libri di Freud e il finanziamento alla fondazione della Società psicoanalitica di Parigi, di cui fu presidente onorario nel 1962. Ella ebbe un ruolo istituzionale di notevole pregio all’interno di vari organismi psicoanalitici e nel 1926 entrò a far parte del comitato segreto che di lì a pochi mesi divenne il consiglio direttivo della International Psychoanalytic Association. Finanziò diverse attività legate alla Psicoanalisi quali la pubblicazione della Revue française de psychanalyse nel 1927 e l’Internationaler Psychoanalytischer Verlag, di proprietà di Freud, nel 1929 ed  infine nel 1934 l’Istituto di Psicoanalisi di Parigi, di cui fu il primo presidente. Nel 1938 corrispose a Freud 4.884 dollari, cifra necessaria per il pagamento della tassa d’espatrio dalla Germania, richiesta dai nazisti. Marie Bonaparte ebbe un ruolo di rilievo nella storia della Psicoanalisi non solo per il suddetto contributo materiale destinato con lo scopo di favorire lo sviluppo del movimento psicoanalitico, ma soprattutto per aver salvato le lettere scritte da Freud a Fliess ed il tomo Progetto per una psicologia; essendo entrata in possesso delle uniche copie esistenti di queste opere, che rappresentano un patrimonio inestimabile per la storia della Psicoanalisi, le conservò gelosamente le lettere, impedendo che fossero distrutte dai nazisti, e facendole pervenire ad Anna Freud che nel 1950 le fece pubblicare. La Bonaparte fu una convinta sostenitrice del pensiero ortodosso freudiano e per questo si oppose in modo particolare a Jacques Lacan, che riteneva essere un sovversivo., anche se ne condivideva il pensiero in ordine alla questione relativa all’ammissione di analisti laici all’interno della Società psicoanalitica di Parigi. Dal punto di vista della teoria sviluppata dalla psicoanalista, decisamente interessanti sono le interpretazioni sull’opera di Edgar Allan Poe (Bonaparte, 1934). S’interessò anche di sessualità femminile sostenendo che la donna, avendo un percorso evolutivo psicosessuale più complesso di quello maschile, sarebbe soggetta a maggiori difficoltà sessuali sul versante psicologico.

Gli psicoanalisti francesi e non, presentati in questa disamina furono non solo i principali esponenti della Psicoanalisi in Francia in quegli anni, ma costituirono - tra il 1924 e il 1926 - il primo gruppo informale riunitosi intorno a Laforgue che si sarebbe successivamente trasformato nella prima vera associazione di Psicoanalisi francese. Fin dai suoi arbori la Psicoanalisi si diffuse all’interno di una cornice istituzionale diramata in diverse Società nazionali raggruppate e tutelate dall’Associazione Psicoanalitica Internazionale fondata nel 1910 e tale condizione fu imprescindibile anche in Francia.

Interessante è la descrizione offerta da Hesnard nel 1970 secondo cui: "Non si trattava di una società costituita, ma di un libero gruppo di amici, che lasciava ai suoi membri la più ampia libertà per unaricerca scaturita dalla clinica, e che si proponeva, attraverso la tecnica psicoanalitica mutuata da Freud, di penetrare la soggettività e la sessualità nei suoi significati di esplorazione e di terapia... Fu così che questo originale gruppo di lavoro divenne, secondo un’espressione accettata da tutti, l’anticamera della prima società parigina di Psicoanalisi". Freud incoraggiò sin da subito il lavoro dei parigini e tramite una corrispondenza epistolare con Laforgue espresse le sue attenzioni tanto da sottolineare a questo che: "la crescita di un gruppo simile dipende, come ci insegna l’esperienza, dalle qualità di colui che lo dirige" (Bourguignon, 1977, p. 275).

Un momento storicamente rilevante fu il 1925, anno in cui fu fondato il gruppo di "L’ Évolution psychiatrique", organizzato da Codet e di Pichon su incoraggiamento di Laforgue. Il gruppo diede vita ad una rivista che nacque con l’intento di studiare e diffondere i precetti psicoanalitici e fondare la Psicoanalisi francese con le ricerche cliniche e psichiatriche francesi. Questa rivista riassunse molto bene l’atteggiamento di una buona parte degli psichiatri francesi che si ponevano l’obiettivo di studiare, autonomamente, il metodo freudiano ed inserirlo all’interno della tradizione clinica e nosografica francese.

Il 4 Novembre 1926, dall’unione dei vari medici e studiosi sopracitati fu fondata la Société psychanalytique de Paris (SPP), con Laforgue come presidente fino al 1929, la Sokolnicka come vicepresidente e Loewenstein come segretario e tesoriere, che presto si affiliò all’International Psychoanalytical Association. Il gruppo maggiormente fedele all’ortodossia freudiana capeggiava la Società appena nata.Dal verbale della prima seduta si evince che la Società annoverava tra le sue file ben nove membri: Bonaparte e Sokolnicka che non erano medici, Hesnard, Pichon, Allendy, Borel, Laforgue, Loewenstein, Parcheminey ai quali successivamente si aggiunse Codet. L’obiettivo della Società era quello di riunire tutti i medici di lingua francese che erano in condizioni di praticare il metodo terapeutico freudiano. In particolare, si affermava l’esigenza di introdurre nella formazione dell’analista un percorso di analisi didattica propedeutico all’esercizio della Psicoanalisi, training che veniva offerto dai membri della stessa SPP. I primi didatti furono: Laforgue, Loewenstein, Saussure e Odier, i quali si aggiungessero presto all’organizzazione; nel 1929 entrò a far parte della Società il romeno Sacha Nacht. La SPP ebbe presto una propria rivista: il primo numero della "Revue francaise de Psychanalyse" vide la luce il 25 giugno 1927 e a partire dai numeri successivi alla prima edizione apparirono delle menzioni dirette al prof. S. Freud, che venne riconosciuto nel suo ruolo di mentore per il movimento francese e si fece riferimento alla "Sezione francese dell’Associazione Internazionale". La rivista si rivolgeva a coloro che per professione o per amore degli studi psicologici erano in condizione di adoperare nell’esercizio della loro attività il metodo e le concezioni psicoanalitiche. Non mancarono, però, i dissensi tra i membri della SPP e i temi più caldi ruotavano intorno all’analisi laica, alla formazione degli analisti ed ai rapporti con l’Associazione Internazionale. Freud nel suo carteggio con Laforgue si lamentò apertamente della tendenza del gruppo francese a cambiare i vocaboli e, forse, anche i concetti della Psicoanalisi. Respinse più volte i termini "scotomisation", "schizonoia", "resultante vitale", corrispondenti alla proporzione reciproca di narcisismo primario e di amore oggettuale, ma dall’altra parte mostrò consenso verso il termine "aimance" a sostituzione di libido. Inoltre, mentre il concetto di "trauma dello svezzamento" proposto da Laforgue venne duramente respinto da Freud, dall’altro egli fu affascinato dall’idea di Laforgue secondo cui la nevrosi d’angoscia sostituisce l’orgasmo e la consecutiva "erotizzazione dell’angoscia". Ma nonostante gli apprezzamenti e il riconoscimento dell’impegno profuso da Laforgue, Freud spinse i francesi sempre nella direzione di mantenere invariato l’impianto semantico, concettuale, metapsicologico e tecnico della Psicoanalisi. Malgrado ciò, durante la prima conferenza degli psicoanalisti di lingua francese venne costituita la Commissione linguistica per l’unificazione del vocabolario psicoanalitico francese sotto la direzione di Pichon, atta ad ottenere un dizionario completo dei termini psicoanalitici in lingua francese.

Nel 1929 la SPP annoverava ventinove membri e in quel periodo andarono intensificandosi i rapporti con gli analisti di altri paesi. Nel 1930 la Reveu ospitò degli interventi di esponenti di spicco dell’Associazione Internazionale come Anna Freud e l’anno precedente i membri della SPP collaborarono alla costituzione di una commissione incaricata di prendere contatto con altri gruppi europei organizzati per elaborare un progetto unico di programmazione dell’insegnamento psicoanalitico. Gli obiettivi che si pose la SPP furono quelli di organizzare dei corsi per istruire i futuri analisti ed avviare un progetto di prevenzione delle malattie mentali raggiungendo le scuole e le famiglie. Nonostante i dibattiti presenti in seno alla Psicoanalisi francese, gli analisti non erano più isolati e la dottrina psicoanalitica iniziò ad essere discussa in Francia con una nuova apertura culturale e mentale. Durante il decennio precedente alla seconda guerra mondiale, il movimento psicoanalitico transalpino acquisì una sua concreta fisionomia ed un rinomato prestigio all’interno del mondo psichiatrico francese.

Hesnard (1933), nel discorso di apertura della settima Conferenza degli psicoanalisti di lingua francese, sottolineò quanto la Psicoanalisi in Francia stesse assumendo un carattere "medico", affermandosi come disciplina scientifica. Si creò, gradualmente, all’interno della Società una prima crepa, che porterà in seguito ad una scissione, tra psicoanalisti "integrali", desiderosi, a detta di Hesnard, di applicare la Psicoanalisi a tutti i problemi dell’umanità senza limitazione alcuna, e una Psicoanalisi "clinica e medica", i cui promotori utilizzavano la tecnica freudiana non come la panacea di tutti i mali psichici bensì come completamento del metodo clinico abituale. La Psicoanalisi in Francia si affermò con concretezza e autorevolezza il 10 gennaio 1934, quando fu inaugurato l’Istituto per l’insegnamento della Psicoanalisi. L’Istituto si prefiggeva lo scopo di formare con dei corsi universitari ad hoc coloro i quali desideravano imparare l’arte della Psicoanalisi.

In quegli anni vennero proposte delle innovazioni e delle modifiche alla tecnica freudiana. Due psicoanalisti viennesi definiti "deviazionisti" dal metodo freudiano, in particolare, influenzarono il pensiero di alcuni analisti francesi. Uno fu R. A. Spitz che insegnò Psicoanalisi a Parigi per un breve periodo prima di emigrare negli Stati Uniti. In particolare, egli si occupò di età evolutiva e fu uno dei primi studiosi ad applicare il metodo dell’osservazione indiretta delle madri nell’atto di accudire i propri bambini; sottolineò l’importanza della diade madre-bambino e dell’ambiente sociale allargato, postulò che lo sviluppo infantile avveniva tramite alcuni stadi (pre-oggettuale, dell’oggetto precursore, dell’oggetto libidico e di riconoscimento del sé) e parlò di depressione anaclitica.

Maggiormente pregnante fu l’influenza di O. Rank sugli esponenti della Psicoanalisi francese. Rank si trasferì a Parigi nel 1926 dove divenne professore di Psicoanalisi alla Sorbona e nell’estate del 1934 fondò sempre nella capitale francese il Psychological Center and Summer Institute, che formava analisti rankiani tramite un corso della durata di sei settimane. Rank, propose la teoria del trauma della nascita nella quale ipotizzò che la vera fonte della nevrosi sia l’atto stesso della nascita e il distacco dal grembo materno. Tramite tale teorizzazione spostò l’attenzione dall’edipo ai problemi relazionali madre-figlio, sia come elemento simbiotico pre-nascita, sia come diade problematica post-nascita. Tale impostazione non venne tuttavia accettata dagli altri analisti, per cui nacquero una serie di polemiche che culminarono nell’allontanamento di Rank dal mondo psicoanalitico. Laforgue fu influenzato da Rank e difatti anch’egli considerò secondario il ruolo del complesso di Edipo. A tale merito dichiarò che non sussistente la necessità, nel corso dell’analisi, di un lavoro di ricostruzione di tutte le vicende infantili e a partire da ciò si fece fautore di una psicoterapia temporalmente abbreviata rispetto alle concezioni ortodosse. Tale abbreviazione dell’analisi fu respinta da Freud. La Sokolnicka, anch’essa influenzata da Rank, propose a sua volta delle terapie analitiche abbreviate rispetto alla classica durata dell’analisi freudiana.

Gli analisti francesi iniziarono a proporre delle modifiche al metodo freudiano, ma ognuno di essi elaborò e si concentrò in maniera creativa su uno dei diversi aspetti della Psicoanalisi freudiana. R. Loewenstein (1927), che paragonava la terapia ad uno "svezzamento affettivo", sottolineò l’importanza dell’utilizzo del transfert per la cura del paziente. Nacht rivoluzionò il ruolo dello psicoanalista all’interno della seduta analitica, considerato come una forte presenza all’interno del processo e non più come "specchio impassibile". Secondo Nacht (1968) la terapia psicoanalitica dovrebbe proporre la trasformazione di un Io debole in un Io forte. In particolare, essa consiste in un lavoro di riorganizzazione dell’Io più che in una ricostruzione del passato rimosso dal paziente, quest’ultimo collabora coscientemente alla terapia. Lo stesso evidenziò l’importanza del controtransfert al pari del transfert; negò l’istinto di morte in quanto l’aggressività presumeva nascesse certamente quando la frustrazione supera una soglia di tolleranza ma tale situazione, a detta dello psicoanalista, non era dovuta esclusivamente alla forza del thanatos quanto alla forza della libido stessa che tende a raggiungere la soddisfazione per questa via. Il contributo più rilevante dello psicoanalista romeno riguarda però il ruolo dell’analista. All’inizio del processo analitico la presenza dell’analista, non interventista, permette al paziente di poter accedere ad una zona non conflittuale dell’Io dalla quale poter attingere le risorse necessarie per la risoluzione della patologia. Nel proseguo della terapia, l’atteggiamento dell’analista doveva virare rotta, diventando anche direttivo e partecipativo, per poter permettere alle forze così liberate di interferire positivamente nella vita del paziente e inducendo i cambiamenti più opportuni. Nella fase finale della cura il classico atteggiamento di neutralità può essere controproducente ed aggravare la nevrosi da transfert. L’analista mostrandosi in tutta la sua realtà umana permetterebbe così al paziente di avvertire una presenza gratificante e disponibile e un accoglimento incondizionato che potrebbero fargli rivivere quell’amore di cui si è sentito privo fin dall’infanzia e di cui ha bisogno per guarire. Secondo Nacht, quindi, l’atteggiamento dell’analista costituisce il principale fattore di guarigione (Nacht, 1963).

Dal confronto con la psichiatria classica emersero le idee di Daniel Lagache e Jacques Lacan, che saranno i protagonisti, nel 1953 della scissione che si verificò in seno alla Società psicoanalitica francese. Lagache, psichiatra e filosofo, iniziò la sua carriera nel 1931 come allievo di Claude e fu analizzato da Loewenstein. Egli anticipò la questione del rapporto tra inconscio e linguaggio che sarà fondamentale nella riflessione di Lacan. Si occupò inoltre di psicosi che lo portarono ad interessarsi specificamente delle allucinazioni uditive tanto che, nel suo studio clinico del 1934 "Les hallucinations verbales et la parole", criticò la visione psichiatrica della problematica che considerava questa tipologia di allucinazioni alla stregua di un fenomeno psicomotorio elementare e isolabile. Lagache (1956) sosteneva invece che l’allucinazione non è estranea all’individuo ma fa parte di esso e da esso è prodotta, è un atto verbale, virtuale o attuale che il paziente non sente più suo e l’attribuisce ad un interlocutore. Quindi, partendo dal presupposto che la parola dovesse essere intesa come una successione di atti verbali, il compito del medico sarebbe quello di ricercare ciò che la collega e la distacca dall’Io. Le allucinazioni verbali, secondo Lagache, dipenderebbero dall’Io, fonte di tendenze autocritiche e autopunitive, infatti esse consistono spesso in rimproveri e minacce, agisce in questo caso il meccanismo della proiezione secondo cui i rimproveri che il soggetto rivolge a sé vengono percepiti come se fossero stati pronunziati da altri. Lagache ricondusse alla base di questo sintomo una diminuzione della vigilanza della coscienza variabile da caso in caso.

Formatosi in parallelo a Lagache, ma esponente ben più rilevante, il parigino Lacan è in assoluto lo psicoanalista francese più riconosciuto a livello internazionale. Jacques Marie Emile Lacan nacque in un’agiata famiglia cattolica ed ebbe un’educazione impartita dai gesuiti. Frequentò la facoltà di medicina dell’Università di Parigi, nel 1926 si laureò e successivamente iniziò la specializzazione in psichiatria, conseguita nel 1931 con la tesi, inviata a Freud, dal titolo: "Sulle psicosi paranoiche in relazione alla personalità". Dal 1932 al 1938 intraprese con Loewenstein un’analisi didattica, caratterizzata da un transfert negativo e nel 1934 divenne membro della Società psicoanalitica di Parigi. Nel 1936 esordì sulla scena psicoanalitica con la presentazione, al XIV Congresso psicoanalitico internazionale, di una relazione sullo "stadio dello specchio" da lui stesso teorizzato. Utilizzando gli apporti della linguistica strutturale, influenzato da autori come De Saussure e Jakobson e dall’antropologia, e nonostante si professare freudiano, giunse a conclusioni incompatibili con l’ortodossia psicoanalitica, fino al punto di stravolgere la tecnica classica della psicoanalisi. In particolare, in ordine alle regole del setting, Lacan riteneva che le sedute dovessero avere durata "variabile", non fissata in anticipo ma decisa di volta in volta dall’analista, che poteva interrompere il discorso quando lo riteneva più opportuno. Inoltre, lo stesso soleva lasciare la porta dello studio aperta in modo che coloro che si trovassero in sala d’attesa potessero ascoltare, così da fare una seduta in gruppo senza gruppo. Ancora, Lacan non rispettava la regola dell’astinenza. Questo, in modo analogo alla durata della seduta, non considerava legittimo determinare la durata di una terapia poiché riteneva che il tempo necessario alla risoluzione dei problemi del paziente non poteva essere definito aprioristicamente. E ciò a maggior ragione considerando che se la guarigione non dovesse arrivare nei termini previsti, il paziente deluso e frustrato si troverebbe alienato dal percorso terapeutico. Si può affermare che l’assioma fondamentale della teoria lacaniana sia il seguente: "l’inconscio è strutturato come un linguaggio" (Lacan, 1966). Difatti, ciò che conta in una psicoanalisi lacaniana è "come" si parla (il linguaggio simbolico dell’inconscio) piuttosto che "ciò" che si dice. Sarebbe interessante svolgere una breve analisi della metapsicologia lacaniana alla quale tuttavia occorre rinunciare poiché, attesa la complessità dell’argomento, sarebbe difficile coniugare la sinteticità con la chiarezza espositiva. Si proseguirà quindi con l’analisi della storia del movimento psicoanalitico, la cui evoluzione subì un arresto a seguito della obbligata riduzione delle sue attività negli anni del secondo conflitto mondiale e, nello specifico, nel maggio del 1940 con l’ingresso dei nazisti in Francia.

A seguito di tale fatto l’Institut de psychanalyse de Paris venne chiuso ed alcuni psicoanalisti di origini ebree, come Loewenstein e Saussure, emigrarono negli Stati Uniti. Contemporaneamente alcuni psicoanalisti parigini rimasti nel territorio transalpino iniziarono a riunirsi informalmente a casa di John Leuba. John Leuba, di origini svizzere, laureatosi in medicina a Parigi, dal 1928 al 1931 intraprese un’analisi con Loewenstein. Nel 1932 entrò nella Società psicoanalitica di Parigi della quale fu segretario nel 1934 e presidente dal 1946 al 1948. S’interessò di nevrosi familiari e sostenne che i conflitti irrisolti della coppia genitoriale si potrebbero trasferire ai figli per il tramite del Super-io. In particolare, al momento della formazione di questa istanza, cioè alla fine del complesso edipico, essa modulandosi su quella genitoriale ne assumerebbe le virtù ma anche i difetti (Leuba, 1936). Nel luglio del 1940, con la nascita del regime di Vichy, la Società di Psicoanalisi sospese le proprie attività fino al 1945, anno della liberazione. 

Nel periodo compreso tra il 1945 e il 1953, la Psicoanalisi iniziò ad affermarsi definitivamente all’interno delle strutture ospedaliere francesi. Consecutivamente crebbe la domanda di nuovi analisti e la SPP decise di fondare un nuovo Institut de psychanalyse dedicato alla formazione dei futuri analisti (Francioni, 1982). Il gruppo parigino, nel secondo dopo guerra, attraversò una grande fioritura e venne riconosciuto perfino dall’Associazione Psicoanalitica Internazionale, tanto che nel 1952 alla SPP facevano capo oltre settanta analisti in formazionale ed erano state avviate un centinaio di "analisi controllate". Lo sviluppo della didattica che avrebbe dovuto consegnare agli allievi la possibilità di esercitare adeguatamente la pratica analitica fu motivo di numerosi dibattiti all’interno della Società parigina. In aggiunta a ciò all’interno della SPP si delinearono due diverse posizioni: la prima, rappresentata da Nacht, di stampo "medico", che individuava l’esigenza per la Psicoanalisi francese di ottenere riconoscimenti ufficiali; l’altra, invece, guidata da Lacan e Lagache, si poneva come obiettivo principale quello di ottenere un confronto tra la Psicoanalisi e le correnti culturali più avanzate. Gradualmente la SPP si scisse in tre correnti. Un primo gruppo capeggiato dal comitato dell’Institut comprendente Nacht ed altri psicoanalisti quali Lebovici e Schlumberger, un secondo gruppo definito la "fraction de la Princesse" guidato dalla Bonaparte ed un ultimo gruppo la "fraction d’opposition liberale" capitanato da Lacan e Lagache. Lacan venne eletto alla presidenza della SPP il 20 gennaio 1953, con Lagache vicepresidente. La sua presidenza durò solo alcuni mesi perché dalle contrapposizioni descritte si originò una scissione nel 1953, peraltro già preconizzata da Hesnard nel 1933, con l’allontanamento di Lacan dalla stessa. L’oggetto delle contrapposizioni riguardava principalmente questioni di metodo, e non questioni di contenuto. In particolare, l’Associazione Internazionale di Psicoanalisi di cui la SPP era parte integrante, vincolava i membri a metodologie di lavoro precise, che fungevano da collante per le diverse Società nazionali. Affermava che la terapia psicoanalitica dovesse avere una durata di quattro anni e dovesse essere scandita dalle quattro alle cinque sedute settimanali, di cinquanta minuti l’una. Ma Lacan si dimostrò presto insoddisfatto da tali limitazioni, mostrandosi ostile ai vincoli imposti dall’alto. Tale atteggiamento è possibile collegarlo all’insoddisfazione derivante dalla sua analisi didattica svolta con Loewenstein. Per tale ragione Lacan riteneva che le sedute dovessero essere brevi cosicchè il clinico avrebbe avuto il vantaggio di stimolare il paziente spezzando il discorso su parole significative con una chiara ricaduta positiva sulla terapia. Tali posizioni non vennero accettate dagli altri psicoanalisti, e tra questi Sacha Nacht, ligi ai dettami dell’IPA. Così il 16 giugno 1953, con una maggioranza di sedici voti su diciotto, venne tolta la fiducia a Lacan che dovette dimettersi dalla carica di presidente. Ed è proprio da questa rottura che si realizzò la scissione da cui nacque la Société française de psychanalyse (SFP), fondata dallo stesso Lacan e Lagache, e venne inaugurato ufficialmente l’anno successivo l’Institut de psychanalyse ad essa collegato. Aderirono alla SFP ben quarantacinque allievi, che abbandonarono la Società psicoanalitica di Parigi; l’attività dell’appena nata Società francese di Psicoanalisi venne inaugurata l’8 luglio presso la clinica Sainte-Anne con una relazione di Lacan su "L’immaginario, il simbolico, il reale". In analogia alla SPP, anche la neonata Società francese si pose fin da subito l’obiettivo di ottenere il riconoscimento e l’affiliazione all’IPA. Tuttavia, dopo circa un anno dalla richiesta, il comitato nominato per valutare tale affiliazione, date le condizioni di insegnamento proposte all’interno della SFP, e nello specifico da Lacan, rigettò tale richiesta.Si tentò nuovamente, nello stesso anno, di ottenere l’affiliazione all’IPA. Tale questione venne presa in esame in occasione del Congresso Internazionale di Copenaghen del luglio 1959. All’epoca la SFP comprendeva quindici titolari e diciassette membri associati e vantava una rivista ufficiale, "La psychanalyse", pubblicata dalle Presses universitaires de France, ed un’iniziativa editoriale, collana "Bibliotéque de psychanalyse et de psychologie clinique". A tale richiesta fu risposto con l’offerta di divenire un "Gruppo di studio" dell’IPA, oltretutto a condizione di accettare alcune "raccomandazioni" quali l’allontanamento progressivo di Lacan dalla Società. Così i membri della SFP ritirarono la domanda di affiliazione come "Società" e chiesero il riconoscimento come "Gruppo di studio" dell’IPA ma non allontanando Lacan che continuò ad avere un ruolo preminente nello sviluppo della didattica della SFP, ragion per cui il 20 maggio 1964, l’Associazione Internazionale di Psicoanalisi dopo aver, in un primo momento, accettato la SFP le tolse lo statuto di "Gruppo di studio". Un certo numero di membri della SFP, tra cui Anzieu, Berge e Lagache, formarono un nuovo "Gruppo di studio francese" (FSG) appoggiato dall’IPA e contemporaneamente Lacan formò il Groupe d’études de la psychanalyse. Nel luglio dello stesso anno, il FSG si trasformò nell’APF, Association psychanalytique de France, che venne ulteriormente accettata come "gruppo di studio" da parte dell’IPA. Il 21 giugno 1964, Lacan fondò l’EFP, Écoles de psychanalyse. Scissa in tante parti, la SFP venne sciolta il 19 gennaio 1965 durante un’assemblea straordinaria e i suoi beni vennero equamente ripartita tra l’APF e la scuola di Lacan divenuta École freudienne de Paris. Quest’ultima era articolata in tre distinte sezioni: la prima riguardava la prassi e la dottrina della Psicoanalisi; una seconda si occupava della Psicoanalisi applicata, quindi ciò che concerneva la pratica terapeutica, aperta a medici e laici; la terza concerneva gli aspetti epistemologici e affermò i principi per cui la prassi analitica doveva essere riconosciuta come scienza. Il lavoro nella scuola si svolgeva in piccoli gruppi ("cartelli"), composti da un numero esiguo di persone variante da tre a cinque unità, più un responsabile e dedicati a diversi argomenti psicoanalitici. L’EFP si pose sotto il segno del ritorno al testo di Freud ed alle origini del movimento psicoanalitico. Lacan concepiva la formazione del futuro psicoanalista su due assi: uno concernete il divenire psicoanalista, l’altro riguardante il sapere dello psicoanalista. La formazione concernente il divenire psicoanalista avveniva secondo il modello di una Psicoanalisi freudiana. La formazione che riguardava il sapere dello psicoanalista si concretizzava secondo il modello di un insegnamento di tipo post-universitario. Per quanto riguarda la formazione che concerneva il divenire psicoanalista, ossia il divenire un professionista che si supporta del sapere inconscio che lo rende capace ad analizzare, Lacan ha mantenuto le stesse esigenze formative concettualizzate nel corso degli anni e dello sviluppo del movimento psicoanalitico da Freud e poi dalla Società Internazionale di Psicoanalisi. Per cui secondo lo stesso, un candidato all’esercizio della Psicoanalisi si forma innanzitutto tramite la propria analisi personale, condotta presso uno psicoanalista e, successivamente o in concomitanza con la fine della sua analisi, con diversi controlli della propria pratica clinica ottenuti presso altri psicoanalisti diversi dall’analisi didatta. Alla fine di un’analisi, Lacan prevedeva, senza peraltro renderlo obbligatorio, un dispositivo inedito di verifica della posizione soggettiva dell’analizzato e di trasmissione di quanto egli ha acquisito come sapere inconscio, dispositivo chiamato "le passe". Al candidato psicoanalista veniva richiesto come conditio sine qua non di sottoporsi ad un’analisi nel ruolo del paziente. In altri termini, non bastava quindi sottoporsi ad esami psicologici e neppure a una psicoterapia, non bastava neppure studiare i testi o conoscere la teoria, poiché veniva richiesta al futuro analista una sufficiente conoscenza del proprio funzionamento inconscio: un analista diveniva tale a partire dalla propria esperienza di essere paziente del proprio inconscio. Le passe è un dispositivo ideato da Lacan per permettere alla Scuola di verificare la posizione di un analizzante candidato a divenire analista. Lo scopo de le passe è duplice: di verifica del punto di elaborazione in cui è giunto l’analizzante e di trasmissione alla Scuola, e quindi ad altri analisti, del sapere acquisito a partire dalla propria analisi. Concretamente, ne le passe un analizzante, chiamato passant, parla della propria analisi ad altri due analizzanti, chiamati passeurs, tirati a sorte in una lista preparata dalla segreteria de le passe. I passeurs riferiscono de "le passe" del passant a un cartello composto da una commissione specifica, nominata per permutazione tra analisti sperimentati e altri passeurs, la quale determina l’esito della verifica richiesta. In caso di esito positivo il passant è nominato AE (analyste de l’Ecole) per tre anni, periodo in cui avrà l’incarico di trasmettere alla Scuola gli insegnamenti sui momenti critici, soluzioni, risoluzioni ed eventuali progressi della teoria che egli ha ricavato a partire dalla propria analisi personale. Così intesa questa forma di verifica è imprescindibile da un lavoro di elaborazione e di teorizzazione effettuato da diversi analisti, ed è per questo che l’applicazione de le passe è impossibile al di fuori o senza la Scuola. Il titolo di AME (analyste membre de École) legittimava esclusivamente la competenza professionale degli analisti che volessero appartenere all’École. Lacan ha chiamato Scuola l’insieme degli analisti che seguivano il suo insegnamento, evitando il termine Società, perché il termine Scuola indicava che l’essenziale non era il fatto di assemblare un insieme di pari o di simili, ma di permettere a delle persone, che esercitavano la Psicoanalisi, di essere e di rimanere in continua in formazione. La Scuola era insomma, il luogo in cui ogni analista, uno per uno, si collocava in posizione di analizzante della propria esperienza e ritrova lo stimolo e il motivo per continuare ad analizzare la propria posizione di analista, cosa che può fare al meglio solo in quanto analizzante. Per quanto riguarda la formazione che concerneva il sapere dello psicoanalista, ossia l’acquisizione di conoscenze necessarie all’esercizio della pratica psicoanalitica, di pari passo con il pensiero di Freud, Lacan riteneva che lo psicoanalista dovesse essere edotto in molte discipline e non solo relative al campo della psicologia, della medicina o della psichiatria, ma anche in altri settori che spaziano dalla letteratura all’etnologia. Lacan nel 1980, un anno prima della sua scomparsa, sciolse l’EFP e fondò un’ultima scuola chiamata École de la Cause freudienne. 

L’organizzazione dell’Ecolè suscitò molteplici critiche e controversie interne rispetto alla concezione lacaniana della didattica e tali contestazioni sfociarono in un’ulteriore scissione che portò, nel 1969, alla nascita del Quatrième Groupe, Organisation psychanalytique de langue française (OPLF) formato dagli stessi dissidenti: P. Aulagnier, F. Perrier et J. P. Valabrega. Il Quatrième Groupe poneva l’accezione sull’ "analyse quatrieme" per cui ogni analisi didattica implicava: un paziente in analisi; un candidato che è l’analista di quel paziente; l’analista del candidato ed un quarto analista. Consisteva, in pratica, in un’analisi approfondita dei dati risultanti dall’analisi del candidato e anche dalla pratica del suo didatta, e prevedeva sedute di lavoro molto lunghe e complesse. Tutt’oggi l’OPLF è attiva in Francia.

La morte di Lacan non arrestò tuttavia lo sviluppo della psicoanalisi in Francia. Annoveriamo infatti oggi all’interno dello scenario psicoanalitico francese alcuni studiosi e clinici che a vario titolo favorirono la crescita istituzionale di diverse Società e Associazioni e lo sviluppo metapsicologico della Psicoanalisi. In particolare, dopo lo scioglimento della Scuola freudiana di Parigi nel 1980, Maud Mannoni, una psicoanalista francese di origini olandesi che si occupò di disabilità infantile e dell’applicazione della Psicoanalisi a tale ambito fino ad allora inesplorato dagli psicoanalisti, ha contribuito a fondare nel 1982, con il marito Octave Mannoni e Patrick Guyomard, il Centro di Formazione e ricerca psicoanalitica (CFRP). Dopo una crisi interna al movimento, una volta richiesto nel 1994 lo scioglimento del CFRP, la Mannoni ha fondato il 16 ottobre 1994, una nuova società: "Spazio analitico", che ha presieduto fino alla sua morte nel 1998. Una figura di spicco nella Psicoanalisi francese ai giorni d’oggi è Jacques-Alain Miller, allievo e genero di Lacan, avendo sposato sua figlia Judith Lacan, psicoanalista anch’ella e deceduta recentemente, è riconosciuto tutt’oggi come il massimo esponente lacaniano della Psicoanalisi francese. Fu anche allievo e legatario del suocero e difatti curò l’edizione e la pubblicazione dei suoi seminari, rilevandone l’eredità intellettuale. Nel 1966 ha fondato la rivista Cahiers pour l’Analyse, alla cui redazione parteciparono: A. Badiou, F. Regnault e J. C. Milner. Ha inoltre partecipato alla rivista lacaniana Ornicar ed è anche co-direttore della rivista del campo freudiano dal nome "(Re)-Turn: A Journal of Lacanian Studies". Quando Lacan si spostò all’Università di Vincennes, Miller lo seguì fondando insieme a lui "Le Champ freudien". Alla morte di Lacan, Miller, come già detto, ne è diventato uno degli eredi, cominciando a sua volta dei seminari settimanali chiamati "L’orientation lacanienne", basati sull’esposizione e l’analisi del lavoro del suocero. Ha inoltre supervisionato le edizioni in altre lingue degli Écrits di Lacan, tra cui quella italiana presso Einaudi. Meritevoli di menzione sono due suoi collaboratori, S. Žižek, suo allievo al Dipartimento di Psicoanalisi dell’Università di Parigi VIII e A. Badiou con cui nel 1992 ha fondato la "World Association of Psychoanalysis" (WAP).

Si può tuttavia concludere sostenendo che Lacan sia uno degli autori fondamentali della Psicoanalisi francese. E ciò in quanto diede il maggior contributo in termini di impulso allo sviluppo della stessa attraverso la sua attività di critica, con la quale contribuì allo sviluppo del pensiero freudiano e delle tecniche di insegnamento della psicoanalisi. Ma è di interesse anche un altro aspetto di Lacan, quello relativo all’avversione che lo stesso suscitava nei suoi colleghi, tanto da divenire uno dei protagonisti della scissione del 1953 che si realizzò in seno alla Psicoanalisi francese. Tuttavia, come si è avuto modo di osservare, il mondo psicoanalitico è stato da sempre caratterizzato da un’accesa dialettica tra i suoi protagonisti. Per questo, basti pensare ai contrasti tra Freud e Jung e poi tra lo stesso padre della Psicoanalisi e Rank e Ferenczi.

Ebbene, si può di certo affermare che proprio tale contesto e il lavoro degli psicoanalisti francesi hanno favorito non solo lo sviluppo della teoria e della tecnica psicoanalitica a livello locale, ma anche l’espansione della disciplina a livello internazionale.

Pasquale Luca Quieto, Psicologo clinico, specializzand0 presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica e Gruppoanalitica di Reggio Calabria


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